Né per discendenza né per nascita: cittadini del Paese che si ama

L’inedita nomina di un ministro di colore, Cecile Kyenge, ha riprosto al centro del dibattito i modi di acquisto della cittadinanza
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di Mauro Giustozzi

Molti paesi coniugano “ius sanguinis” (per discendenza) e “ius soli” (per nascita). Quest’ultimo, tuttavia, esiste, puro, solo negli Usa. In Italia, il confronto politico nasce, ancora una volta, sotto cattivi auspici: due fronti, prigionieri di retaggi ideologici, incapaci di trovare una soluzione equilibrata e scevra da opportunismi elettorali: cui prodest? a chi giova? a chi andranno i voti degli immigrati? Da una parte il solidarismo cattolico e l’internazionalismo della sinistra, dall’altro, l’integralismo nazionalista e la difesa  (xenofoba?) dell’identità nazionale della destra. La questione non è semplice ed anzi assai “divisiva” (come va di moda dire oggi) se, nella scorsa legislatura, 28 d.d.l. in Parlamento non hanno avuto esito. Andrebbe quindi valutata, al netto di stereotipi, per le implicazioni geo-politiche che comporta. Milioni di persone in cerca di benessere premono alle porte della vecchia Europa: la ricetta “buonista” ha considerato che l’alta natalità delle famiglie immigrate potrebbe far saltare il welfare con lacerazioni sociali e risultati opposti all’integrazione perseguita? Inoltre, va ricordato che la cittadinanza di un stato dell’unione abilita ai diritti UE e non è, quindi, un problema solo nazionale. I minori stranieri sono circa 1 milione di cui il 70% nati in Italia. 80.000 i nati stranieri nel 2011, (14,5% del tot.). A ben vedere, ius sanguinis e ius soli si fondano entrambi su automatismi: quello, soggettivo, dell’essere discendenti di italiani, e quello, oggettivo, dell’essere nati in Italia. Se lo ius soli può minare l’identità nazionale e trasformarci, secondo alcuni, in un reparto di ostetricia, lo ius sanguinis non dà risposta alla domanda di integrazione della seconda generazione di immigrati e perpetua lo schema dell’ “italiano all’estero”: figura, talvolta retorica, che non ha mai visto l’Italia e che nulla ha a che vedere con essa se non, appunto, il sangue dei propri avi. Esiste una terza via? Io credo di sì. Consiste nel riconoscere che, in fondo, il proprio Paese non è, automaticamente, ne’ quello dei propri genitori ne’ quello in cui si nasce: è invece quello che si sceglie, che si ama e si dimostra di amare. Significa privilegiare uno ius culturae et identitatis incentrato sulla condivisione della storia, della cultura, della lingua, della Costituzione e degli usi e costumi di una (si può dire?) nazione. Dare la cittadinanza dopo una seria valutazione sull’esistenza di questi elementi, valorizzerebbe la scelta identitaria basata su motivazioni esistenziali, lontano da utilitarismi e pure convenienze come, talvolta, il doppio passaporto. L’appartenenza a un Paese e a un Popolo non può essere una questione burocratica. O è un “comune sentire” oppure non è. Ciò vale, ahimè di più, per chi italiano lo è già, da sempre, ma forse non si è mai chiesto davvero cosa significa.



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