Requiem per il tribunale di Camerino

L'avvocato Giuseppe De Rosa critica la logica che muove i tagli governativi e l'atteggiamento dei partiti
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Il tribunale di Camerino

In merito alla questione della chiusura del tribunale di Camerino,  interviene l’avvocato Giuseppe De Rosa: 
«Era già accaduto nel 1923 che il tribunale di Camerino fosse soppresso, salvo riaprire poi i battenti nel 1934: l’avvenimento, com’è ovvio, fu accompagnato dalla usuale retorica del regime del tempo, che tuttavia non chiarì se si trattava di giustificato ripensamento o di inconfessabile contraddizione. Allora rimase la pretura, che poca somiglianza – soprattutto qualitativa – ha col giudice di pace di oggi, l’ultimo labile presidio di giurisdizione che resterà dopo la partenza del tribunale. No, stavolta il tribunale non tornerà, nemmeno tra dieci anni. Perché questo è l’inesorabile spirito del nostro tempo, quello che i tedeschi solennemente chiamano Zeitgeist e che da noi si svilisce nel termine “moda”. Durevole, però, non transitoria, perché elaborarne un’altra costerebbe troppa fatica. Durevole e soprattutto non meditata. Il governo dei tecnici e molta stampa hanno qualificato la scelta di riformare la geografia giudiziaria addirittura come epocale, e gli uffici soppressi altro non erano se non dei miseri tribunalini (e bene ha fatto allora chi, per reazione linguistica, ha definito il provvedimento che li ha tagliati come un decretino). Per la verità questo taglio di uffici giudiziari non ha nulla che sia degno di rilievo e di memoria. Essi già da tempo erano avviati al patibolo per ignavia e astuzia della classe politica (formidabile la legge del 2011, quando altri, rispetto agli attuali, reggevano il governo dell’Italia, la quale inoculò nell’ordinamento il principio della soppressione, mascherandolo dietro un fumoso concetto di revisione) e soprattutto per la caparbia intransigenza delle rappresentanze – istituzionali e no – della magistratura. Epocale sarebbe stata una radicale riforma di processo e procedure – la cui irragionevole durata dipende da una lunga serie di variabili alla quale è del tutto estranea l’esistenza di tribunali non capoluogo di provincia (province? ma non intendono abolirle o almeno ridimensionarle? che faranno, poi, taglieranno anche quelli?) – accompagnata dalla copertura dei posti vacanti di magistrati e personale amministrativo, da un’informatizzazione effettiva, da una redistribuzione dei circondari con la costituzione di uffici medi, senza accentramento in maxi strutture, dal riordino della professione di avvocato basata sulla selezione quale l’attuale sistema ha dimostrato di non saper praticare, mentre nulla in tal senso sembra profilarsi all’orizzonte. La soluzione sta quindi nella messa a disposizione di maggiori risorse e nella volontà di innovare profondamente. Altrimenti è troppo facile tacitare la coscienza tagliando trentuno tribunali in nome di razionalità e risparmio, specie se l’una e l’altro sono indimostrati e nemmeno studiati – e chi afferma il contrario è un bugiardo… –. Solo allora, se qualche ufficio dovrà essere… giustiziato, non avremo più nulla da opporre.

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L’avvocato Giuseppe De Rosa

Lo spirito del tempo, dicevamo all’inizio. È una logica oltremodo pericolosa. Logica che, ridotta alle estreme conseguenze, porta ad affermare che le istituzioni e gli uffici, per le leggi dell’economia, non possono collocarsi in periferia o in luoghi marginali. L’accentramento è la nuova parola d’ordine: dei tribunali come d’altro. Per esempio delle università, che un accidente della storia ha magari collocato a Camerino o Urbino. Cosa di meglio, in nome di supreme ragioni mercantili, che non un maxi ateneo nel capoluogo della regione, magari con qualche distaccamento qua e là per evitare proteste, almeno fino al giorno in cui interverrà l’occasione propizia per eliminare pure quelli? Non sembri un paradosso: in termini più eleganti – ma la sostanza è questa appena riferita – si è espresso poche settimane fa anche il ministro dell’istruzione Profumo in visita all’università di Camerino . E la stessa ragione presidierà all’accorpamento degli uffici finanziari locali in un’unica struttura regionale, e poi l’Inps, l’Inail, il carcere, l’ospedale… Con buona pace del policentrismo degli enti locali, dell’Italia delle cento città, della città-regione, persino dello sgangherato federalismo incompiuto che di recente hanno tentato di somministrarci.  Camerino scomparirà e con essa tutta l’Italia minore che da secoli costituisce l’ossatura della nazione prima ancora che fosse Stato? Che importa? è l’implacabile legge del mercato.
Questa è la storia. Altri hanno invocato presenze più autorevoli – e tutti ne serbiamo in mente i nomi, appartenenti tutti al nostro recente passato – che avrebbero potuto scongiurare questa débâcle camerinese nel primo scorcio del XXI secolo. Autorevolezza a parte, non è così. La politica dei partiti è, a ragione, in condizioni di inferiorità rispetto a quella dei tecnici; lo strumento del decreto legislativo (cioè della delega al governo) si è rivelato una lama affilata; il ministro, contrariamente a quanto va affermando sulla stampa, non ha inteso ascoltare nessuno; buona parte della magistratura e i grandi organi d’informazione sommessamente premevano (della prima sono note le ragioni, dei secondi appare solo la convinzione senza il ragionamento). Nessuno avrebbe potuto sfaldare questa solida costruzione di un convincimento sbagliato. Ci sarebbe potuta riuscire forse solo una furbata, come quella del deputato spoletano che ha fatto inserire tra i criteri della “revisione” quello del numero minimo di tre tribunali per corte d’appello (salvando così Spoleto, Civitavecchia e diversi altri). Un criterio privo di qualsiasi logica e razionalità, del quale però nessuno si è accorto. Alla stessa stregua qualcuno avrebbe potuto proporre in sede parlamentare o ministeriale di risparmiare i tribunali dove c’è una facoltà di giurisprudenza. Irrazionale e illogico anche questo, beninteso, ma in tal modo si sarebbero salvati Urbino e Camerino. Ma tant’è: l’eroe insensato non s’è visto ed è finita com’è finita.
E se prima non è successo nulla, non si vede cosa dovrebbe succedere dopo. Qualche amministratore di professione s’è messo a invocare ricorsi giudiziari senza sapere di cosa parlasse. Che la politica, anche quella dei comuni, debba trasmettere fiducia e speranza ai cittadini è ovvio e pacifico. Meno accettabile è il fatto che debba illuderli, che debba paternalisticamente accompagnarli per mano anche con l’inganno. È ciò che accade quando si fa riferimento a una vaga e generica speranza. Dunque nessun ricorso alla Corte costituzionale è agevolmente praticabile. Allo stato, allora, che fare? Qualcuno pensa di cambiare lo spirito del tempo? »



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