E’ Ferragosto, bisogna divertirsi

Le leggi, gli “ibis redibis”, Bossi, Manzoni, i Celti e la fratellanza tra i popoli
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liuti-giancarlo di Giancarlo Liuti

Con l’espressione latina “ibis redibis” (un ambiguo responso che la maga Sibilla rilasciò a un soldato romano in procinto di partire per il fronte e desideroso di sapere se ne fosse tornato vivo) si usa ancor oggi definire una legge di oscura interpretazione. Un caso di “ibis redibis”, adesso, è certamente quello del comma 4 bis dell’articolo 17 del decreto legge 95/2012, che dice: “In esito al riordino delle province di cui al comma 1 assume il ruolo di comune capoluogo delle singole province il comune già capoluogo di provincia con maggior popolazione residente”. Non è sufficientemente chiaro, infatti, se quel “maggior popolazione residente” si riferisce alla provincia oppure al comune che attualmente ne è il capoluogo. Nel primo caso il ruolo di “capitale” di una eventuale provincia “Marche Sud” toccherebbe a Macerata, la cui provincia, oggi, conta 320 mila abitanti contro i 210 mila di quella di Ascoli. Nel secondo, invece, prevarrebbe Ascoli, il cui comune conta 54 mila abitanti contro i 41 mila di quello maceratese.

Agli esponenti politici di Macerata pare – e pare anche a me – che nella costruzione logica e sintattica di quel testo ad aver voce in capitolo siano gli abitanti delle attuali province e non quelli degli attuali capoluoghi. Gli ascolani, invece, sono sicurissimi del contrario e lo proclamano con una punta di eccessiva supponenza in cui mi sembra di cogliere qualche timore. Sarà necessario un “comma 4 ter” per dirimere la questione? Può darsi, ma un fatto, comunque, resta: quel testo andava scritto meglio. Così come i tecnici del governo l’hanno elaborato, è, per l’appunto, un “ibis redibis”. E il povero soldato maceratese non può ancora sapere se tornerà vivo dalla cruenta guerra delle province.

  Fra tre giorni, tuttavia, è Ferragosto, tempo di spensieratezza vacanziera. E se ho tirato fuori questo ennesimo “ibis redibis” del linguaggio giuridico-burocratico italiano non è per immergermi ancora una volta nelle acque burrascose in cui stanno nuotando Macerata, Ascoli e Fermo (ci penserà la Regione, fra un paio di mesi), ma soltanto per porre in evidenza, fra il serio e il faceto, alcune cose curiose che ultimamente mi hanno colpito. Per esempio quanto dichiarato da Umberto Bossi in un comizio nel Varesotto: “Il re Vittorio Emanuele I trovò in Alessandro Manzoni un grande traditore, una canaglia che coi ‘Promessi Sposi’ fu disposto a dare una lingua comune all’Italia”. Qui, ovviamente, è ingeneroso infierire, giacché Bossi, digiuno di qualsiasi lettura all’infuori degli estratti conto del tesoriere Belsito, non può sapere che, a prescindere dai toscani Dante, Boccaccio e Petrarca, il lombardo Manzoni fu preceduto, nel dare all’Italia una lingua comune, da un altro gran traditore, il piemontese Vittorio Alfieri.

 

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Il popolo di Montelago

Questo ennesimo exploit culturale del senatur mi offre l’occasione di scherzare sul festival celtico di Colfiorito al quale hanno partecipato quindicimila veri o supposti celti provenienti da ogni regione italiana e anche dall’estero (leggi l’articolo). Dove sta il nesso? Sta nella insistita simbologia celtica della Lega Nord, per la quale le usanze, i riti e l’abbigliamento di quei popoli originari dell’Europa settentrionale costituiscono ancor oggi un armamentario destinato a contestare, nel nome della secessione, l’unità d’Italia. Ebbene, anche a Colfiorito sono rispuntate le immagini – elmi, spade, corazze, ampolle, bandiere – così ben descritte da Tolkien nel “Signore degli anelli”, immagini che hanno molto in comune col mondo celtico ed esprimendo una identità non uguale alla nostra mediterranea marcano una diversità etnica e antropologica. Un po’ come i padani – dice la Lega – rispetto alla plebaglia ladrona che vive al di sotto del Dio Po.

  Niente secessione, tuttavia, nel programma ideologico di quei celti. Al contrario, l’avere scelto non le brume degli altipiani alpini ma il sole di Colfiorito, terra romana fin nelle midolla (il municipio Plestia risale all’epoca in cui Giulio Cesare asservì i celti della Gallia e poi Domiziano fece altrettanto con quelli della Britannia), dimostra in loro un fermo desiderio di integrazione. E non solo. A Colfiorito, infatti, c’è stato di più, visto che a quel pittoresco e festevole raduno ha partecipato pure un gruppetto di albanesi spacciatori di sostanze euforizzanti, ed è noto quale abisso etnico si spalanchi fra celti e albanesi, le cui origini stanno nell’antica Tracia, in riva al meridionalissimo Mar Nero. Un plauso, dunque, al festival di Colfiorito, dove è prevalso l’afflato della fratellanza tra le genti.



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