Viviamo in una società sempre più drogata

Riflessioni dopo la tragica morte di Massimo Cingolani
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bommarito-giuseppedi Giuseppe Bommarito *

Un cocktail di droghe, tra cui ecstasy e MDMA, sarebbe stato – secondo le prime risultanze dell’autopsia – la ragione della recentissima tragica scomparsa di Massimo, un bravo ragazzo di 26 anni di Civitanova Marche (leggi l’articolo). Tornato a casa domenica mattina dopo una notte passata chissà dove, ha fatto in tempo a salutare il padre e la madre che si erano appena alzati e stavano facendo colazione. Poi, senza sapere che stava giungendo la sua ultima ora, si è addormentato nel suo letto e purtroppo dal sonno è passato direttamente nell’altra vita, nella dimensione dell’eterno e dell’infinito, oltre le frontiere del tempo e dello spazio, lasciando la fidanzata, la sorella e i genitori (ai quali tutti – in quanto fratelli e sorelle nel dolore – esprimo la mia solidarietà e la mia vicinanza) in una sofferenza senza fine, che solo la fede forse potrà in qualche modo attenuare.

Ancora una morte per droga, quindi, nella nostra provincia, dopo diversi altri decessi avvenuti per lo stesso motivo anche in questi ultimissimi mesi nelle Marche, che sicuramente rimarranno saldamente attestate ai vertici nazionali della triste graduatoria del tasso di mortalità connesso all’uso ed all’abuso di sostanze stupefacenti. Manca il dato statistico preciso, perché (sebbene ciò dovesse essere fatto entro il 30 giugno) ancora non è stata presentata in Parlamento la relazione annuale sulla diffusione delle varie sostanze stupefacenti nel nostro Paese; nel 2011, tuttavia, le Marche, insieme all’Umbria ed alla Valle d’Aosta, primeggiavano in questa tetra classifica dell’orrore.

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Massimo Cingolani

Il problema di fondo – come più volte denunziato – è che nella nostra regione manca un forte allarme sociale sulla gravità del fenomeno e sulla presenza sempre più evidente e radicata di organizzazioni mafiose che vivono e prosperano con la droga, che praticano una cultura di morte e se ne fregano del quinto comandamento (“non uccidere”), che allegramente riciclano i proventi della loro ignobile attività criminale nell’edilizia, nel settore dei rifiuti e nella grande distribuzione commerciale, nella sostanziale indifferenza – se non nella vera e propria collusione – delle istituzioni e della classe politica locale. Alcune recenti vicende venute alla luce negli ultimi mesi sono state illuminanti in tal senso.
La percezione che si ha semplicemente leggendo le cronache locali dell’ultimo anno è peraltro terrificante: la droga anche dalle nostre parti continua inesorabile ad avanzare e a mietere vittime (e tali sono non solo i ragazzi giovani e giovanissimi irrimediabilmente puniti con la morte, ma anche quelli che riportano danni psichiatrici irreversibili, che si schiantano con l’auto per una ridotta lucidità di guida, che si buttano da una finestra per depressioni indotte o amplificate dalle sostanze, che subiscono infarti o ictus in età assolutamente non compatibili con tali patologie, che correndo dietro al nulla sprecano anni ed anni della loro vita e così compromettono del tutto le attualmente già complicate possibilità di inserimento nella vita sociale e lavorativa), grazie alla diversificazione dell’offerta, al policonsumo sempre più incentivato, ad una accorta politica al ribasso dei prezzi (le sostanze stupefacenti sono l’unico prodotto di largo consumo che dall’avvento dell’euro ha visto scendere il proprio costo sul mercato), ad un sofisticato marketing implicito e a volta anche esplicito, alla strumentale e sempre più diffusa e indotta convinzione che a questo punto le droghe facciano parte della vita di tutti noi e che nulla ormai si possa fare per contrastarne la sempre maggiore diffusione.
Un peso significativo, in questo problema sociale di massa, in questa epidemia anche sanitaria, in questa piaga biblica che sta distruggendo intere generazioni di giovani, privati del presente e del futuro e a volte anche della vita, ce l’hanno, oltre appunto alle capacità “imprenditoriali” dei mercanti di morte ed alla rete di complicità che a tutti i livelli li protegge, anche il sistema normativo (che non reprime adeguatamente i reati – tutti con esiti potenzialmente anche mortali – di traffico, commercio e spaccio di droga) ed alcune francamente incomprensibili scelte delle forze dell’ordine.
In discoteca, ad esempio, dove avviene lo spaccio più significativo di ecstasy e MDMA (uno spaccio assolutamente tollerato dai gestori, se non addirittura da loro stessi predisposto per offrire ai ragazzi un ventaglio più ampio delle possibilità di sballo), le forze dell’ordine non entrano. Si limitano ad aspettare i ragazzi all’uscita dei locali, a fermare qualche macchina a campione e ad eseguire le verifiche del caso con l’etilometro. Bene, anzi, benissimo, ben vengano questi controlli a cose fatte, siano possibilmente anche incrementati a livello quantitativo. Ma chi va a controllare con personale in borghese quello che succede dentro le discoteche, dove magari viene respinto chi non è vestito in modo decente ma circolano indisturbati spacciatori ben conosciuti, dove spesso e volentieri chi spaccia fa parte proprio dello staff del locale (baristi, dj, pierre, vocalist, buttafuori), dove si trova di tutto e di più, dove le sostanze vengono assunte in maniera aperta e conclamata, tra una risatina compiaciuta ed una complice strizzatina d’occhio? Chi si prende la briga di salire sui discobus, ormai notoriamente zona franca ed esente da controlli per spacciatori di ogni risma, da quelli professionali a quelli improvvisati?
Certo, poi, nell’interminabile tragedia che vediamo tutti i giorni scorrere dinanzi ai nostri occhi, ci sono i profili, altrettanto rilevanti, delle responsabilità personali, familiari, della scuola e della società nel suo complesso. C’è la prevenzione formativa e informativa che, nonostante i tentativi di ampliamento e di razionalizzazione, è sempre troppo scarsa. C’è la prevenzione “forte” che indirettamente scaturirebbe da pene adeguate e dalla certezza delle pene stesse, ancora e sempre più nel libro dei sogni. Sono tutte questioni di cui abbiamo parlato tante volte su queste pagine: ognuno – è vero – ha in definitiva la sua parte di responsabilità, sia i singoli individui che le agenzie educative, anche se tutti noi cerchiamo di scaricare la colpa sugli altri e ci sforziamo di delegare agli altri la risoluzione del problema, senza pensare che in questa vera e propria guerra anche un cucchiaino che tenta di svuotare il mare può essere utile, purchè in tanti, senza cedere alla resa, cerchino di fare quel poco o quel tanto che è nelle loro possibilità.
Per non ripetere cose già dette, vorrei però soffermarmi adesso su un’altra considerazione, che a me sembra evidente, in questo mondo globalizzato dove tutto è in relazione con tutto e dove la droga e i tanti soldi che ne derivano hanno un ruolo sempre più determinante. E’ una considerazione amara, ma credo difficilmente contestabile.
Da un lato, la droga, con il crescente uso e consumo di massa sempre più riscontrabile negli ultimi decenni e con l’imponente macchina “commerciale” che ne governa i flussi, si è inserita a pieno titolo e in posizione sempre più egemone nell’attuale società consumistica, sino a diventare un vero e proprio simbolo del piacere ottenuto grazie al denaro e della felicità artificiale da raggiungere a comando. Dall’altro, e non a caso ma proprio come diretta e voluta conseguenza di ciò, la nostra stessa società ha assunto connotazioni, modelli e stili di vita sempre più “drogati”, che inevitabilmente portano all’uso di sostanze e ne rafforzano il consumo. Alcuni esempi: nei fine settimana le notti non devono finire mai e comunque bisogna divertirsi per forza; si deve necessariamente eccedere nel consumo di alcol e di sostanze, ricercando l’euforia a tutti i costi e il piacere ad oltranza; si deve entrare nei locali non prima dell’una di notte e poi tirar tardi sino al mattino del giorno dopo senza dare segni di affaticamento; le feste della birra e del vino si rincorrono tra di loro, in una gara a fornire a giovani e giovanissimi, senza controllo alcuno, tutto l’alcol e lo sballo che vogliono; si succedono senza soste anche nei più insignificanti centri turistici le notti bianche, rosa, azzurre, dove bisogna per forza di cose gironzolare e consumare sino all’alba, con la solita coda delle ubriacature di massa, delle risse, degli scontri feroci tra bande rese ancora più aggressive dalle sostanze assunte; persino i tornei estivi di calcetto devono svolgersi nelle ore notturne, perché tutti, anche gli sportivi, devono abituarsi ad essere signori della notte; nel lavoro è d’obbligo ricercare e pretendere, grazie all’aiutino chimico, la performance, l’instancabilità, la sicurezza di sé, la sensazione di invincibilità; le regole morali e di comportamento devono essere solo quelle che soggettivamente uno si dà, per cui alla fine, disattivati i freni inibitori, tutto e il contrario di tutto sono comunque consentiti.
Riflettiamo quindi profondamente e seriamente su queste considerazioni, perché ormai la questione droga, con la sua centralità, con la sua capacità di livellamento dei comportamenti e con la sua enorme forza distruttiva, è uno degli snodi più cruciali della nostra società, da cui dipendono il presente e il futuro delle giovani generazioni. Ne vanno di mezzo tante vite e la libertà di tutti noi.

* Avv. Giuseppe Bommarito
Presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”



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