La vita del centro storico
passa solo da Rampa Zara

Parcheggio? Sì, ma a certe inderogabili condizioni. Altrimenti è meglio non parlarne più
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di Giancarlo Liuti

Nei giorni scorsi la questione del parcheggio di Rampa Zara è prepotentemente tornata d’attualità con l’annuncio ufficiale che vi sono tre diversi progetti: uno pubblico, elaborato dalla Sintagma per il Comune, e due privati, dell’Agricola Fontemaggiore e dell’impresa Farroni-Intermesoli (leggi l’articolo). Tutti e tre prevedono un ampio parcheggio a raso sotto viale Leopardi e attracchi meccanizzati fino al viale o, poi, fino alle Monachette o, poi, fino alla Galleria del Commercio. Ovviamente non sono mancate discussioni e polemiche, alcune contro l’invasione del cemento, altre a sostegno di priorità ben più prioritarie di questa, altre per dire che i parcheggi già esistenti bastano e avanzano, altre con suggerimenti a dir poco fantasiosi tipo l’introduzione – udite udite! – di biciclette elettriche. Bene, la varietà delle opinioni è il sale della democrazia.

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Il progetto degli imprenditori Intermesoli e Farroni con collegamento aereo dall'ex convento delle Monachette alla Galleria del Commercio

C’è un punto, però, che pretenderebbe maggiore chiarezza soprattutto da parte del Comune e riguarda la vera e unica ragione per cui questo benedetto parcheggio è ritenuto necessario – anzi, indispensabile – allo sviluppo e quindi alla rivitalizzazione del centro storico. Se c’è l’idea che si possa procedere con soluzioni minimali e parziali, o che intanto si cominci e poi si vedrà, o che ci si debba accontentare di ciò che passa il convento, allora è meglio lasciar perdere. Se invece si è convinti che il centro storico ne abbia bisogno – ma solo a certe condizioni – per diventare davvero il nucleo essenziale e il cuore pulsante dell’identità cittadina, allora lo si dica con fermezza e quelle condizioni siano poste, ufficialmente e inderogabilmente, alla base di ogni progetto.

A me insomma pare che anzitutto occorra intendersi su alcuni aspetti che sono, per così dire, la radice del problema. Primo: gli attuali stili di vita pretendono che per dirsi tale qualsiasi luogo urbano sia abitabile, frequentabile e facilmente avvicinabile per mezzo dell’auto. Secondo: è proprio per l’assenza di tale presupposto che da anni i centri storici italiani e non solo italiani, specie quelli arroccati su alture, stanno subendo la fuga di uffici pubblici, attività commerciali e popolazione residente. Terzo: se lasciate a se stesse le isole pedonali contribuiscono ad aggravare le cose. Quarto: aprire i centri storici al traffico motorizzato significa inquinarne e infine distruggerne la bellezza storica, artistica, monumentale e ambientale in senso ampio, vale a dire gli unici motivi per i quali si dovrebbe desiderare di risiedervi, averne una confidenza pressoché abituale e, conseguentemente, impiantarvi uffici e negozi.

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Il progetto dell'Agricola Fontemaggiore dell'imprenditore Farroni con attracco all'ascensore di via Leopardi

Si può anche non essere d’accordo, intendiamoci, sul fatto che questi quattro aspetti vadano considerati come fossero uno solo e che la vera, l’unica ragione del parcheggio di Rampa Zara stia nella stretta interdipendenza fra loro. Ma se quest’unica e vera ragione si frammenta e si disperde, allora è giusto che nei programmi comunali si facciano largo priorità di segno diverso, i limiti di bilancio, il raccordo con la superstrada del Chienti, il Centro fiere, il passaggio a livello di via Roma, le piscine e via elencando. Per cui diverrebbe inevitabile rassegnarsi allo status quo, immaginando che il centro storico di Macerata, in fondo, possa cavarsela anche così, con la chiusura al traffico di una via, l’apertura di un’altra, qualche riga blu in più o in meno, qualche spostamento di orario, qualche trattativa per la riapertura dell’ex Upim, qualche festa, qualche concertino. E su questo benedetto parcheggio calerebbe pian piano il silenzio, evitando – ecco un vantaggio – di farne oggetto di stucchevoli screzi politici.

Qual è allora il punto? E’ che l’insieme di quei quattro aspetti esige una soluzione in grado di rispondere con assoluta coerenza alle seguenti esigenze: 1) Consentire ai residenti ed ai non residenti di lasciare l’auto in un’area fruibile in qualunque ora del giorno e della notte, festivi compresi; 2) Consentire ai residenti ed ai non residenti di entrare in Piazza della Libertà e di uscirne mediante attracchi meccanizzati che siano – ripeto: giorno, notte, festivi – diretti, senza l’intoppo di dover attraversare strade di gran traffico e salire rampe di scale; 3) Stabilire una seria isola pedonale. Queste sono le condizioni alle quali non si può rinunciare, altrimenti verrebbe a mancare la vera, unica ragione di un simile parcheggio. E al centro storico di Macerata – al suo cuore: Piazza della Libertà e relative adiacenze – non resterebbe che barcamenarsi per scampare, però male, al destino cinico e baro della modernità.

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Il progetto realizzato dalla Sintagma per il Comune di Macerata

Soluzioni parziali non ne vedo. Esse, al contrario, rischierebbero di risolversi in lunghi e dispendiosi palliativi incapaci di aggredire la malattia. Io so bene, per vecchia esperienza, quanto forte sia a Macerata l’inclinazione alle mezze misure e alla cautela dei passi secondo la gamba (lo dimostrano la cubatura originaria del palazzetto dello sport, via Mattei che passa per Santa Lucia, il traforo che ancora non sbocca né verso il Chienti né verso il Potenza). Il piccolo è bello, si diceva e si dice. Mica vero. A chi non pensa in grande capita spesso, alla fine, di accorgersi che avrebbe fatto meglio a non pensare.

Capisco, sia chiaro, che un progetto interamente consapevole di quei quattro aspetti e rispettoso di quelle tre esigenze è molto ambizioso e difficile da realizzare. Non a caso alcuni sindaci del passato – Cingolani, la Menghi, Maulo – se ne dichiarano scettici. Ma se questa è la realtà, asteniamoci dal seminare illusioni. Il parcheggio di Rampa Zara ha un senso solo se risponde in pieno – ripeto – alla sua vera, alla sua unica ragione di essere fatto. Se no, ripeto ancora, occupiamoci d’altro.



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