L’articolo 18 secondo Luigi Cavallaro
“Vogliono colpirlo per attaccare il sindacato”
Il magistrato palermitano ha presentato il suo libro a Macerata, in un evento promosso dalla locale Cgil. Il segretario provinciale Aldo Benfatto: "Se cadrà l'articolo 18 sarà la fine delle tutele e dei diritti per i lavoratori". L'economista Perri: "Disoccupazione reale al 17%"
di Filippo Ciccarelli
“A cosa serve l’articolo 18”. E’ questo il titolo del libro scritto da Luigi Cavallaro, giudice del lavoro a Palermo, e presentato ieri nella galleria degli Antichi Forni a Macerata. Una questione cruciale, secondo l’autore, non solo per i lavoratori interessati dall’applicazione dello stesso articolo, ma per l’intero statuto e per la sussistenza stessa del sindacato. Tra i partecipanti alla serata il professor Stefano Perri, docente di economia all’Università di Macerata, che ha criticato l’idea prevalente nell’esecutivo di voler allargare competizione e competitività. “Non è che Monti e il suo governo siano cattivi” sostiene Perri “semplicemente ritengono che il benessere di tutti e il diritto al lavoro siano un sottoprodotto delle liberalizzazioni e della flessibilità. Oggi c’è l’idea che fare riforme strutturali significhi appunto favorire competizione e competitività, mentre anni fa significava aumentare il welfare, diminuire le rendite, sostenere le parti arretrate dell’economia. Perseguire una politica come quella del nostro governo, in un periodo di crisi come il nostro, è totalmente fuori dal buon senso. Anche se avessero ragione gli effetti li sentiremmo nel lungo periodo, quando cioè, come diceva Keynes, saremo tutti morti. C’è una grande confusione: da un lato si dice di guardare alla flex security danese, per cui servirebbero grandissimi investimenti, dall’altro si vuole ridurre la spesa pubblica. Nel nostro Paese, secondo i dati Ocse” conclude Perri “la disoccupazione è quasi al 10%, mentre il dato degli
scoraggiati è superiore all’11%, a fronte di una media europea del 3%. Se considerassimo disoccupati e scoraggiati, l’Italia farebbe meglio solo di Grecia, Spagna, Lettonia e Bulgaria”.
Aldo Benfatto, segretario provinciale della Cgil, attacca il premier Mario Monti ed il ministro Elsa Fornero: “Dicono che noi rappresentiamo i garantiti, quelli che stanno nelle fabbriche, ma non i giovani, i precari, i lavoratori delle piccole imprese, che invece sarebbero tutelati da loro. Per questo dicono di voler levare tutele e diritti a quelli garantiti dai sindacati per darli a chi ne ha di meno. In realtà non fanno nulla del genere: hanno alzato l’età pensionabile, hanno tentato di ridurre cassa integrazione e mobilità, cercano di modificare l’articolo 18, ma non mi risulta che abbiano tutelato le altre categorie.
Per fortuna i lavoratori” prosegue Benfatto “hanno capito che la questione dell’articolo 18 è centrale ancor più di quella salariale.
Al 31 dicembre 2011 in provincia di Macerata, su 100 contratti di assunzione 92 sono a tempo determinato e precari. L’attenzione è alta, perché se cade l’articolo 18 è la fine di tutto: delle tutele, delle garanzie, dei diritti per i lavoratori, ed anche del diritto a protestare per affermare un minimo di dignità. Gli imprenditori, presi singolarmente, non dicono che non assumono per l’articolo 18, non è modificandolo che si supera la crisi. Pesa la mancata concessione del credito da parte delle banche, serve che lo stato paghi in tempi ragionevoli, non andare a toccare ancora una volta i diritti della gente che lavora. Siamo sicuri che al governo e
alla politica serva uno scontro così frontale col sindacato? Noi continueremo a tenere duro, perché non vogliamo che l’impianto sia modificato da questa riforma”.
Luigi Cavallaro spiega il punto di partenza per la scrittura del suo libro: “A cosa serve l’articolo 18 è una domanda che un giurista si pone con qualche imbarazzo. In questo momento si dà per scontato che non serva, o serva solo a fare danni. Riguardo all’articolo 18, il giurista o accetta il terreno di scontro su cui si discute, che è quello economico, o sta zitto. La teoria economica è quella che ora si sta arrogando il compito di ammantare di tecnicità e naturalità scelte che hanno un connotato politico. La teoria economica ha dispensato una serie di assiomi, evidenze, che vengono date assolutamente come intangibili. Abbiamo accettato una riforma delle pensioni perfino peggiore di quelle degli anni precedenti, e ora tutti ci dicono che dobbiamo liberalizzare e privatizzare, nessuno dice qualcosa in contrario. Non a caso questo governo è “tecnico”, è percepito come necessario. In realtà è un governo di facciata: il nostro Presidente della Repubblica, per il quale ho il massimo rispetto, si è assunto un compito extracostituzionale dando l’indirizzo politico al governo, come peraltro fece Scalfaro ai tempi di Ciampi e con l’intervento armato nei Balcani. Secondo Napolitano dalla crisi si esce solo in un determinato modo, stringendo la cinghia e facendo sacrifici che coinvolgono tutti i ceti sociali. Questo” prosegue Cavallaro “è un programma politico. L’articolo 18 è una norma cerniera tra diritti individuali e collettivi. Chi scrisse lo statuto dei lavoratori non voleva soltanto affermare che il lavoratore ha diritto di manifestare in azienda liberamente il proprio pensiero: deve anche stabilire una sanzione se il datore di lavoro voglia sottrarsi al riconoscimento dei diritti dei lavoratori. Se sei precario non puoi iscriverti al sindacato: ecco perché vogliono colpire l’atticolo 18, perché vogliono attaccare il sindacato e la sua presenza all’interno delle aziende. E’ questa presenza” conclude Cavallaro “che garantisce un’istituzione cardine: il contratto collettivo nazionale. La riforma che hanno pensato non permetterà il reintegro nel 90% dei casi, anche se venisse riconosciuto un licenziamento illegittimo. Sarà corrisposta solamente un’indennità”.



Questo è il vero problema dei sindacati………esistono oggi realtà lavorative completamente diverse tra loro……..e loro per primi non affrontano poi il vero reale costo dei sindacati a carico dei lavoratori e dimenticandosi che i piccoli imprenditori sono LAVORATORI.
Secondo me le energie in questo momento dovrebbero essere spese per chi il lavoro non c’è l’ha. Non mi sembra che qualcuno voglia cancellare l’articolo 18. Perché non parlate della cancellazione dei privilegi dei parlamentari?
Purtroppo per l’Italia l’articolo di 18 resterà ancora in piedi. Purtroppo, mi correggo, per i disoccupati e i precari che grazie alle burocrazie sindacali e partitiche sono condannati a rimanere nelle loro rispettive situazioni anni e anni. L’art. 18 è un freno per l’intera economia. Non lo dico solo io, ma lo dicono Fondo Monetario Int., Commissione Ue e tutti i migliori economisti del mondo, ma in Italia si sa siamo un caso a parte. Se gli imprenditori sono terrorizzati nell’assumere una persona, non la assumono, semplice il discorso. Se tutto va bene si tengono quelli che ha altrimenti va a investire in Romania.
Viva la libertà economica, politica, religiosa, sindacale, sociale e civile, abbasso le burocrazie politiche, sindacali e religiose.
Purtroppo per l’italia ci sono persone che ancora credono che il problema siamo noi lavoratori e non chi specula sul lavoro altrui e giocano a fare gli dei sulla pelle degli altri: FMI su tutti.
pigi78, ti faccio vedere il mio punto di vista, che non vuole assolutamente pretendere di essere verità assoluta.
Il Fondo monetario internazionale è una organizzazione che ha prodotto disastri planetari: attraverso l’usura è riuscita a piegare tutto il sud del mondo ai piedi del nord; non a caso, quando presta denaro, si dice in gergo tecnico che ha dato “il bacio della morte”. Inoltre nel nord promuove il mercato neoliberista come unica religione, spazzando via tutte le necessità degli individui.
Il risultato è che i ricchi sono immensamente più ricchi, i poveri sono maledettamente molto più poveri e la classe media sta sparendo in quella povera.
I migliori economisti sono quelli che hanno fallito ovunque: hanno dimostrato che non solo non sono riusciti a prevedere il prevedibile (ovvero la crisi) ma stanno continuando ad affermare teorie insensate della crescita perpetua. Tutto questo per un motivo semplice: le università continuano a dare un solo tipo di visione economica del mondo, ovvero quella del capitalismo che non si può arrestare. Terminato quello “industriale”, per non fermare la speculazione ci si è buttati sulla finanza, non prima di averla deregolamentata a colpi di corruzione politica. Il risultato? Ricchezza fittizia immensamente più grande di quella reale.
Per la commissione europea poi…non esiste organo politico meno democratico di quello in tutto l’occidente, puoi capire come rappresenti i cittadini europei.