Il mistero dell’eolico

IL GIALLO DELL'ESTATE (Capitolo quattro)

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Chapter four

La verità era che il Granducato (così ormai veniva chiamata la nuova grande provincia di Macerata) faceva gola.

Il taglio selvaggio delle entità territoriali deciso dal governo aveva abolito il principale centro di spesa: le Regioni. Le Province accorpate, paradossalmente, ora nuotavano in un fiume di denaro, continuamente alimentato dalle risorse in precedenza destinate alle Regioni, ormai ridotte a mere espressioni geografiche e dai risparmi derivanti dai tagli alla macchina burocratica statale, parte dei quali veniva riversato sulle nuove istituzioni.

E dove c’erano soldi, pensò il Senatore, c’erano affari.

E gli affari sono affari, non esistono gli affari sporchi spesso evocati dalle querule lamentazioni delle anime belle, esistono solo gli affari: scambio di prestazioni con servizi, di merci con denaro, di progetti con incarichi.

Tutta roba, si disse il Senatore, troppo seria per lasciarla trattare a gente come Muti e Galletti, figli di un’altra epoca, quella della politica politicante, della politica dei comizi e delle riunioni interminabili ed inconcludenti.

Quando si trattava di affari, quelli veri, entrava in campo gente come il Senatore. Egli rappresentava l’archetipo di una classe dirigente scevra dalle mondanità, dall’apparire sulle cronache compiacenti, estranea ai meccanismi elettorali: il potere vero è altro che la pantomima della rappresentanza democratica.

E nel nuovo Granducato, si disse il Senatore, non c’era più spazio per dualismi di alcun tipo, si doveva lavorare per costruire un “sopra” ed un “sotto”: ed il “sotto” erano gli amministratori, presenti e futuri.

Muti e Galletti erano stati avvertiti ma, costretti nelle logiche dei loro personali passati tribunizi, non avevano capito, erano comunque convinti che la Presidenza dovesse toccare ad uno di loro e si erano pressochè legati ad un patto di reciprocità: chi avesse perso le elezioni sarebbe stato successivamente eletto Presidente dell’Assemblea Provinciale, l’organo che andava a sostituire il vecchio consiglio provinciale e che, come per Trento e Bolzano, era ora dotata di potestà legislativa su molti, importanti argomenti, uno per tutti le risorse energetiche legate alla “green economy”.

I rispettivi partiti di riferimento PdL e PD, si erano dichiarati sostanzialmente d’accordo con Muti e Galletti e questo creava un clima pesante, da vecchio compromesso storico. Bisognava evitarlo.

Il richiamo a Sigieri da Brabante, si disse il Senatore, questo voleva significare: che c’era bisogno di un sano dualismo, l’eterno conflitto tra fede e ragione non poteva essere sopito da un accordo personale, nessuno poteva pensare di poter eliminare il clima di instabilità che da sempre caratterizza la politica italiana e, quindi, anche maceratese.

Solo dalla confusione e dallo scontro nasce la possibilità di intessere alleanze, eliminare nemici, inventare opportunità: in una parola, fare affari ed avere ancora più potere.

Il messaggio era stato respinto dai due candidati: il messaggero, l’uomo con il quale il Senatore si era incontrato pochi minuti prima, aveva dovuto ammettere il suo fallimento.

Il Senatore si compiacque con sè stesso per aver scoperto così  velocemente cosa voleva intendere il biglietto, era bastato rileggere il passo su di una vecchia edizione della Commedia con illustrazioni di Dorè.

Ora c’era da sperare che gli investigatori non fossero altrettanto capaci e che la questione potesse essere presto dimenticata.

Rimaneva da capire chi aveva commissionato il duplice delitto, chi aveva deciso di eliminare il problema alla radice. C’era forse qualcuno più addentro ai misteri di lui, del Senatore? E chi poteva essere?

Al Senatore non era mai piaciuto ricoprire ruoli di secondo piano, voleva e doveva essere protagonista, per lui non dovevano esserci misteri: si recò al computer, aprì la posta elettronica e digitò un indirizzo, battendo poi solo poche parole: “Dobbiamo vederci”.

Dopo alcuni secondi un sommesso bip bip segnalò che il messaggio era stato ricevuto ed immediatamente giunse la risposta. “Stasera, da Secondo, al calar del sole”.

Il Professore era sempre in linea con il mondo.

* * *

In quel periodo dell’anno il sole tramontava intorno alle 20,45 ed ancora per alcuni dei minuti successivi le tracce baluginanti del crepuscolo rendevano chiara la notte.

Il Senatore entrò da Secondo alle 21,00 in punto, il Professore era già li , seduto al tavolo d’angolo, una bottiglia di Vermentino di Sardegna adagiata già aperta nel capiente secchiello colmo di ghiaccio.

Il Senatore prese posto, si versò da bere e rivolse uno sguardo interrogativo al Professore. Questi, ragazzo di Calabria divenuto ordinario presso la facoltà di giurisprudenza dell’antico ateneo maceratese, titolare della cattedra di Etica e Morale applicata alla Scienza Politica non si fece pregare: da tempo aveva assunto la guida culturale della città in forza delle sue smisurate conoscenze e della fitta rete di relazioni con tutti coloro che contavano. Ai suoi collaboratori delegava solo le attività di intrattenimento intellettuale, per il colto e l’inclita, nel periodo della stagione lirica.

“Il problema sono i poteri forti. Non intendono divenire deboli. Ma questo lo hai già capito”.

Il Senatore annuì con la testa.

“Il consociativismo chiude tutti gli spazi, come mi insegni – continuò il Professore – ma non è questo il motivo per cui Muti e Galletti sono morti”.

Il Senatore sbarrò gli occhi, c’era quindi qualcosa di ancora diverso che a lui sfuggiva completamente.

Il Professore riprese.

“In realtà il biglietto io l’ho subito interpreto come un avvertimento che proveniva sicuramente da qualcuno a loro molto vicino. Il dualismo tra fede e ragione, la democrazia conflittuale in luogo delle larghe intese non c’entra poi molto. Come sai, Sigieri venne ucciso dal suo servitore”.

“Quindi vuoi dire che Muti e Galletti sono stati uccisi dai loro domestici – disse il Senatore sempre più confuso – ?”.

“No, l’assassino è uno ed uno solo e non c’entra niente con noi o con la politica in generale. Dimmi, secondo te, chi poteva essere l’unica persona che aveva servito tutti e due?

Il Senatore riflettè per qualche secondo e, finalmente, comprese.

Una vecchia storia di permessi negati, una storia di pale eoliche promesse e non mantenute, anche quella in definitiva una storia di soldi, che era finita, nei mesi scorsi, su tutte le pagine dei giornali locali.

Per la prima volta nella storia dell’amministrazione provinciale un dirigente era stato rimosso per decreto, con decisione confermata anche dalla nuova amministrazione di opposto colore politico.

* * *

Nello stesso momento il dottor Monti giunse alla medesima inequivocabile conclusione.

La ricerca fatta sul sito della provincia aveva confermato i suoi sospetti.

Muti, negli ultimi mesi della sua Presidenza, per motivi ignoti e mai chiariti, aveva firmato il decreto di rimozione del potentissimo dirigente del Servizio Energie Alternative, decorrenza 30 giugno 2009. Sostituito Muti da Galletti, il nuovo Presidente, nonostante le pressanti richieste del diretto interessato, aveva confermato il provvedimento.

Il dirigente aveva quindi abbandonato il servizio che tanto aveva amato con rancore e desiderio di vendetta. Lui sapeva il motivo: quella maledetta autorizzazione alla installazione di un Parco Eolico sopra le montagne di Camerino che si era rifiutato di firmare.

Aveva pensato che Galletti potesse revocare il provvedimento, non foss’altro che per fare un dispetto a Muti, il predecessore.

Ma si era sbagliato, su certe cose i politici erano tutti eguali.

Aveva quindi iniziato a covare un desiderio di vendetta che era cresciuto di giorno in giorno, sempre più forte e violento.

La notizia delle elezioni anticipate lo aveva poi un po’ rincuorato, forse le cose sarebbero cambiate con un nuovo Presidente: ma quando, leggendo i giornali, aveva compreso che i candidati sarebbero stati ancora una volta, sempre e comunque, Muti e Galletti, qualcosa si era spezzato nella sua testa: il suo ego interiore si convinse che solo con la definitiva uscita di scena dei due personaggi tutti i suoi problemi si sarebbero risolti. Una tipica sindrome di scissione di tipo paranoide della personalità, avrebbe detto uno psichiatra: ma questo il dirigente non lo poteva sapere, lui era figlio di studi classici.

La decisione venne quindi presa, i due ex Presidenti, causa unica e sola della sua personale sventura, sarebbero usciti di scena per sempre.

L’avvelenamento, poi, era stato un gioco da ragazzi, il vecchio trucco del veleno sul foglio di carta, nel caso particolare sul foglio dove era stato trascritto il verso dantesco e che era stato spedito a Muti e Galletti con una riservata/personale 1, consegna assicurata in 24 ore.

Era fuor di dubbio che l’ex dirigente dell’amministrazione provinciale avesse letto “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco. Ed ai giorni nostri il veleno era molto più potente che in epoca medievale ed anche a diffusione intradermica: sarebbe stato  sufficiente per i due sventurati appoggiare le dita sul foglietto per innescare il processo mortale.

Dopodichè  la vanità aveva fatto la sua parte: d’accordo far decomporre i corpi in fretta a che nessuna autopsia potesse individuare le vere cause della morte frugando nelle viscere dei due ex Presidenti, ma un piccolo indizio deviante lo si poteva pure lasciare, a quella caterva di ignoranti che abitavano il capoluogo del Granducato.

Non che pensasse che qualcuno potesse davvero riconoscere la firma sul delitto (lui, il superdirigente, come il servo pazzo di Sigieri) ma la prudenza non era mai troppa e così, se qualcuno avesse voluto approfondire, avrebbe dovuto risolvere un bel rompicapo per far quadrare il richiamo dantesco con una delle parole d’ordine gesuitiche che tanto andava di moda nell’anno delle celebrazioni Ricciane: l’altra assai nota era, ironia della sorte, “perinde ac cadaver”.

E sarebbe andata proprio così se il diavolo non ci avesse messo le corna: da un lato l’ex dirigente aveva sottovalutato – o forse ignorava – l’enciclopedica, mostruosa cultura del Professore, dall’altro non sapeva dell’esistenza del dott. Monti e delle sue intuizioni, in genere formidabili al secondo Martini Cocktail.

“Quindi – disse il Senatore – la politica non c’entra niente?”.

“No – rispose il Professore – la politica c’entra sempre, non a caso io la insegno come scienza. Quando ho capito che la morte dei due era effettivamente estranea al nostro mondo ho pensato di giocarla in nostro favore. Ho riunito gli amici più fidati e li ho convinti che non dovevamo più osteggiare il clima di rassemblement tra destra e sinistra. I due candidati forti erano morti e potevamo piazzare il nostro uomo”.

“Ma chi?” – disse il Senatore.

“Caro amico, chi meglio di te?”.

Mark B.Montgomery

(4/continua)

N.B. Si potrà commentare il giallo solo dopo l’ultima puntata.


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