Battisti: “Sono un trofeo, in Italia rischio la vita”

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battisti cesare

(ANSA) BRASILIA – Per il governo italiano “la ragione dell’estradizione non è vedermi in carcere, ma il fatto che ormai sono diventato un trofeo”. Per questo il premier Silvio Berlusconi “mi vuole in Italia”. Lo ha detto l’ex terrorista rosso Cesare Battisti, in un’intervista all’ANSA a una settimana dall’udienza dell’Alta Corte del Brasile che deve pronunciarsi sulla sua estradizione. “In Italia – ha aggiunto – rischierei la vita”.

”La Russa e altri ministri fascisti – ha detto Battisti – hanno invece forti motivazioni ideologiche e personali, in quanto eravamo nemici dichiarati”. In Italia la giustizia ”non e’ al di sopra delle parti e, d’altra parte, non c’e’ piu’ un’ opposizione, che ora vuole vincere le elezioni tramite la magistratura”. Il Supremo Tribunal Federal (Stf) del Brasile deve tener presente che ”se torno in Italia rischio la vita”, ha proseguito, rilevando inoltre che ”quando la stampa si calmera’, rischio di finire impiccato in un carcere. Credo che alcuni giudici dell’Stf non ne abbiano tenuto conto”.

Nel ricordare di aver subito in passato ”due tentativi di sequestro, il primo dei quali in Francia”, Battisti ha precisato: ”C’e’ un manifesto degli agenti penitenziari italiani che chiedono vendetta, ci sono ministri che all’epoca erano i nostri avversari piu’ duri”. ”Ci sono d’altra parte – ha aggiunto – le bugie del ministro della giustizia (Alfano, ndr.), il quale dice al Brasile che potro’ avere dei benefici carcerari, mentre in Italia c’e’ la divisione dei poteri, e quella e’ quindi una tematica del potere giudiziario”. ”Se torno in Italia – ha concluso Battisti – finisco in un carcere di massima sicurezza, e nei primi sei mesi in una prigione senza luce diurna”.

PRONTO AD ANDARE IN AULA, FIDUCIA IN LULA
“Chiederò ai miei avvocati cosa fare, ma sono pronto a presentarmi in aula”: lo afferma Cesare Battisti dal carcere vicino Brasilia dove si trova da tempo, in vista dell’udienza di giovedì del Supremo Tribunal Federal (Stf) che deve pronunciarsi sulla richiesta d’estradizione dell’ex terrorista rosso avanzata dall’Italia. Nel rilevare problemi di salute (“temo di ammalarmi di nuovo di epatite”) e ribadendo la propria “innocenza” sui quattro omicidi negli anni ’70 per i quali e’ stato condannato in Italia, Battisti ha sottolineato, in un’intervista all’ANSA, di confidare che il presidente Lula ratificherà lo status di rifugiato se l’Alta Corte si pronuncerà a favore dell’estradizione a Roma.

Nell’intervista fatta nella prigione di Papuda, Battisti non ha nascosto le proprie preoccupazioni in vista dell’udienza di giovedì, dopo il rinvio lo scorso 9 settembre, quando quattro giudici dell’Stf hanno votato per l’estradizione e tre per la sua permanenza in Brasile. Resta ancora da conoscere il parere di altri tre giudici, e non è escluso che a prevalere sia la tesi dell’estradizione. Nell’udienza del 9, il relatore del caso, Cezar Peluso, ha sostenuto che Battisti ha commesso delitti comuni, non politici, respingendo così le argomentazioni dell’esecutivo brasiliano a favore dello status di rifugiato. “Credo che l’Stf sia stato informato male, ma non ho ancora perso le mie speranze nei confronti della Corte”, anche se il risultato di tale udienza “é stato un pugno nello stomaco”. Prima, ha puntualizzato, “consideravo l’Stf qualcosa al di sopra di tutto, un Olimpo”. Dalla sentenza italiana, spiega Battisti, “inclusa nella richiesta d’estradizione, risulta chiaro che sono stato condannato per un crimine politico. La cosa assurda è che ora il Brasile vuole estradarmi per un delitto comune”. Alla domanda se Lula accetterà di dare il via libera ad un’eventuale estradizione, Battisti ha risposto di non saperlo. “Credo -ha detto- che in cuor suo spera che la questione sia risolta dall’Stf. Ho fiducia in Lula. In tutti i paesi del mondo lo status di rifugiato è sacro, è qualcosa sulla quale ha competenza l’esecutivo”. Circa le sue condizioni di salute dopo “quasi tre anni” in carcere, Battisti ha raccontato: “da una settimana non riesco a mangiare, né a scrivere o lavorare”. Ma non si tratta, ha precisato, “di uno sciopero della fame”, in prigione comunque “vengo trattato bene, con rispetto”.



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