Nubifragio a Messina, la gente sui tetti: “Non lasciateci in questo inferno”

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(repubblica.it)

Quando con l’elicottero avvistiamo il paese di Altolia, 380 anime, isolato da oltre 24 ore, i bambini salutano dai tetti, le mamme gridano: “Salvateci”, “salvateci”. E’ quasi impossibile atterrare, non c’è uno spiazzo libero, il borgo è devastato. Dimenticato da Dio e dagli uomini, come se non esistesse. Senza luce, senza acqua, senza cibo; i morti sono ancora sotto il fango, o sepolti nelle automobili. Non arriva nessuno in soccorso.

Decine di persone si sono rifugiate in una scuola, la Leonardo da Vinci. Lorenzo e Andrea, che guidano il piccolo elicottero, provano un atterraggio. Ma una foschia improvvisa ci costringe a allontanarci. Poi la fortuna ci aiuta. Il cielo si apre per pochi attimi, sfioriamo il tetto dell’edificio ma c’è rischio di crolli, restiamo a 20 centimetri dal solaio. Scendiamo sul tetto, scarichiamo acqua, latte, succhi di frutta, sacchetti di plastica, biscotti. Li lanciamo dall’alto a chi aspetta alla base della scuola, i sopravvissuti li afferrano come se fosse oro.

Tre donne con i cinque figli implorano: “Portateci via, siamo soli dall’altra notte, senza casa, le nostre sono state distrutte dal fango. Se piove ancora non sappiamo cosa accadrà. Portate via almeno i bambini”. Ma dalla strada è quasi impossibile arrivare sul tetto della scuola, sono almeno 10-15 metri. Qualcuno recupera una scala di legno: non è sicura, però alle donne non importa. Agata Andronica, 39 anni, prende in braccio Desirè, una dei figli, e le dice: “Vai bambina mia”. Desirè sale su per la scala, tutti hanno il fiato sospeso, c’è vento e piove, un ragazzo accompagna da dietro la piccola che finalmente raggiunge il tetto.
Poi la madre, poi gli altri due fratelli, poi altre donne, altri bambini. “Non importa dove andiamo ma portateci via, qui potremmo morire da un momento all’altro”.

Così l’elicottero porta via 15 persone, tre famiglie. In pochi minuti raggiungiamo lo stadio di Santa Margherita, sul litorale messinese. In volo le donne cominciano a pregare, hanno paura dei volteggi dell’elicottero, i bambini prima piangono poi cominciano a dire: “Quanto è bello”. Non avevano mai volato, prima. All’atterraggio sul campo sportivo pieno di velivoli dei Vigili del Fuoco, della Polizia, dei carabinieri, i bambini sono felici. E la Protezione civile? Sul prato del Santa Margherita atterrano e partono elicotteri che portano in giro questori e funzionari. Intorno alle 16, quando il nostro piccolo mezzo decolla per andare a “salvare” altra gente che aspetta, arriva Bertolaso.

Al terzo viaggio il gestore del campo sportivo trasformato in pista d’atterraggio chiede ad Angela Ottanò, appena scesa dall’elicottero, se ha notizie di Luccio. La donna scoppia a piangere. “É morto, è morto. Io ero in casa, il fango aveva sfondato le pareti, eravamo prigionieri in casa, da fuori Luccio gridava “aiuto, aiuto salvatemi”. Ma non potevamo fare nulla, non ci potevamo muovere, eravamo tutti riuniti al piano di sopra, non potevamo aprire nè porte nè finestre, fuori era un inferno, con quella voce di Luccio che ci tormentava. Poi non lo abbiamo sentito più”. Luccio è morto, è nella lista dei dispersi, inghiottito dal fango dentro la sua automobile.

L’inferno non è finito. Lorenzo ed Andrea volano verso Molino, un altro paese piccolo piccolo: una guardia forestale incontrata ad Altolia ci ha detto che lì ci sono tanti morti. L’elicottero si poggia, quasi in bilico, su un tratto di asfalto della strada provinciale. Sono bravi Lorenzo e Andrea, sicuri, sanno il fatto loro.

Scendiamo su un sentiero fangoso, i piedi affondano nella melma e nell’acqua. Raggiungiamo il limite del paese. La prima casa è quella di Francesco Ferrera, pensionato, ex segretario di una scuola del paese. Ha le lacrime agli occhi, occhi infossati dal dolore e dalla stanchezza. La casa è invasa dal fango, sotto il fango c’è ancora il corpo di sua moglie. Non ci sono pale, nulla con disseppellirla.

Scaviamo con delle tavole che alla fine si spezzano; il cadavere non si trova, neanche i cani, arrivati alcune ore dopo, riusciranno a fiutare la vittima. Francesco Ferrera è stato tutta la notte prigioniero nella casa con la moglie là sotto. Si dispera e se la prende con il mondo intero: “Ieri sera, poco prima delle 21, avevo capito che poteva accadere qualcosa, l’acqua arrivava come una valanga insieme al fango; ho chiamato il 112, il 113, il 115, il 118, tutti. Dopo tanto tempo qualcuno mi ha risposto, ma erano i carabinieri di Reggio Calabria. Chiedevo aiuto, dicevo che saremmo morti, perché non c’era nessuna possibilità di uscire da quella casa. Mi dicevano “attenda”, poi chiudevano la linea. Così per ore fino a quando è arrivato l’inferno. Il fango ci ha travolto, dicevo a mia moglie di non scendere giù al pianterreno ma lei voleva prendere le fotografie delle nostre figlie e qualche altra cosa. Ma perché non ci hanno aiutato? Perché non ci hanno ascoltato? C’era tutto il tempo per salvarci, ma nessuno tranne voi qui è mai arrivato. Dov’è la protezione civile?”.

I primi ad arrivare in questi due paesi dimenticati sono state le guardie forestali e quelle provinciali. A piedi, facendo oltre dieci chilometri in mezzo alla tempesta ed alla pioggia. Ma non avevano nulla con sé. Non una pala, viveri, nulla. “Ho fatto quello che ho potuto fare – dice Giovanni Pagano, maresciallo della Forestale – sono arrivato alle prime luci dell’alba, sono andato in una casa che mi avevano indicato alcune persone, dove c’era una famiglia. Quando sono riuscito ad entrare ho visto due bambini ed il padre rannicchiati in un angolo della stanza da pranzo. Erano impietriti, come se fossero mummie. Ho capito perché quando sul divano ho visto una donna. Era la moglie di quell’uomo e la madre di quei due bambini. Era morta. Non è stato facile, non volevano lasciare la casa abbandonando la madre. Poi si sono convinti, li ho portati fuori, ho detto loro che non c’era nulla da fare e che appena possibile avremmo recuperare anche il corpo della mamma. Sono usciti, li ho affidati ad una squadra della protezione civile che poi li ha portati in ospedale. Altro non potevo fare. Non avevo niente con me, a piedi non potevo portare nulla. Ma quei bambini e il padre sono riuscito a salvarli, almeno”.

L’odissea non finisce qui. Dino Broccio, ispettore della Forestale, comandante della stazione di Colle San Rizzo, è riuscito a raggiungere Molino ed Altolia. Ha in mano una lista con nomi e cognomi, di donne e bambini: “Alcuni sono malati, hanno bisogno di medicine, altri ancora hanno bisogno di insulina, ma non so come farli arrivare qui”. Ci offriamo di fare da postini e lo imbarchiamo sul nostro elicottero. Via radio ci dicono di dirigerci al campo sportivo di Santa Margherita, dove troveremo i farmaci, l’acqua e altro materiale richiesto dal maresciallo. Atterriamo, ma non c’è nulla. Né medicine né viveri.



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