La Pasqua con Macerata Soccorso,
volontari in prima linea

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da L’Aquila

Benedetta Lombo

La Pasqua vissuta nelle tendopoli non può essere certo un giorno di gioia, ma ieri, nell’ospedale da campo allestito nel piazzale del San Salvatore, traspariva speranza e fiducia  dagli occhi dei circa 200 volontari che, anche nel giorno di festa, hanno garantito la loro presenza e il loro forte impegno.
Dietro l’imponente struttura che con il terremoto di lunedì scorso ha rivelato tutta la propria fragilità, tra i volontari della regione che svolgevano tenacemente il proprio lavoro, c’erano anche i ragazzi del gruppo Logistico di Macerata Soccorso (MS). Il responsabile Servizi dell’associazione, Lorenzo Mercuri, insieme a Lanfranco Paolantoni, Simone Marcolini e Fabio Fratini sono partiti sabato mattina, consapevoli che la loro Pasqua sarebbe stata sì differente dalle altre trascorse in famiglia, ma forse ancora più significativa. E questi quattro uomini che, dalle ore 6 del mattino fino a mezzanotte, hanno operato nella cucina mobile dell’Anpas Marche diretta da Orlando Ridolfi, della Croce Gialla di Ancona, garantendo ben 500 pasti alle persone ospitate nelle tende (volontari, pazienti dell’ospedale e tutto il personale sanitario), anche oggi sono in piena attività. “Per il pranzo pasquale ci sarà un menù più ricco”, ha spiegato ieri Mercuri, volontario di MS dal ‘99 che già da lunedì scorso aveva acceso il cellulare subito dopo aver avvertito la scossa. “Non sapevo ancora cosa era successo, ma ero pronto a partire”. E con lui anche gli altri volontari dell’associazione con cui, in questi anni, è nata una forte amicizia. Partendo dal comune senso dell’associazionismo, il loro, si è trasformato in un legame ancora più forte. “Ormai la sede di MS è diventato il nostro punto di ritrovo, facciamo insieme volontariato, ma usciamo anche insieme la sera”, ha spiegato Mercuri. E in questi giorni, a condividere con lui la toccante esperienza aquilana, ci sono anche i suoi “amici-colleghi”. Lanfranco Paolantoni di Passo di Treia, sposato con due figli, Luca e Sara, da tre anni al fianco di MS. Questa, per lui, è la prima esperienza di emergenza: “Ieri mi è bastato fare un giro in un paio di paesi qui vicino, tra cui Onna. È terribile sapere che in un paese, un quinto delle persone non ci sono più e quando senti che qualcuno si lamenta perché il pane è troppo duro, ti viene da riflettere”. Anche Simone Marcolini è alla sua prima esperienza di emergenza sismica: “C’è gente che ha perso tutto. Essere a L’Aquila mi fa sentire più utile, poi siamo tutti qui assieme e la Pasqua la trascorri meglio”. Infine il più giovane, Fabio Fratini, 24 anni di Pollenza: “Mi piace dare una mano se c’è qualcuno in difficoltà o che sta peggio di me. A Pasqua con i parenti si mangia tanto e bene, ma qui si mangia anche meglio”.
E ieri la mattinata al campo è proseguita con la messa officiata dal cappellano dell’ospedale San Salvatore e l’arrivo, verso le 11.30, del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha ringraziato i volontari per il loro operato. Poi è stata la volta del pranzo: antipasti di prosciutto – frutto di una donazione pervenuta alla vigilia della Pasqua – lasagne, arista al limone, insalata e, a chiudere, colombe e uova pasquali.
Ma se nell’ospedale da campo i quasi 200 volontari hanno tentato in ogni modo di ricreare lo spirito di serenità proprio della Pasqua, al di fuori della tendopoli, L’Aquila continuava a fare i conti con gli effetti del terremoto, con uno sciame sismico che non ha dato tregua neppure ieri. Verso le 11.50 anche noi, sul posto per documentare come L’Aquila ha vissuto la domenica di Pasqua, abbiamo avvertito una breve ma distinta scossa. Nei pressi di via XX Settembre le sirene hanno continuato a suonare incessantemente, mentre lungo le strade aquilane era un via vai di mezzi dei vigili del fuoco, polizia, carabinieri, guardia di finanza e ambulanze. Un alpino ci dice che in centro non si può passare, l’accesso è consentito solo ai residenti per recuperare le proprie cose, ma accompagnati. Proseguiamo per le strade percorribili, ma lo scenario, intorno al centro, è tragicamente uguale. Calcinacci ai piedi delle case e lungo i bordi delle strade, crepe e case sventrate. Alle 12.50 arriviamo a Onna. La chiamano “città fantasma”. Non si sbagliano. La piccola frazione, di appena 350 abitanti, 40 dei quali morti sotto le macerie, è stata rasa al suolo. C’è vento e polvere che bruciano gli occhi e un vigile del fuoco, che indica una finestra al secondo piano di una casa rimasta in piedi solo a metà, racconta di due coniugi che, per scappare, sono stati costretti a calarsi con una corda. A Onna però, sono già all’opera per ricostruire la piccola frazione. Poco dopo le 14 siamo a Paganica. Entrando sembra che qui il terremoto non abbia causato grossi danni. Ma è solo un’illusione. Pochi metri più avanti il centro cittadino è transennato in ogni strada d’accesso. A metà del pomeriggio arriviamo a Santo Stefano di Sessanio, un piccolo borgo a 1.250 m d’altezza tra i monti aquilani da cui si riesce a intravedere anche l’incantevole castello di Rocca Calascio. Simbolo della resistenza alla natura, nel borgo di appena 118 abitanti il terremoto si è scontrato con la capacità di un imprenditore, le cui case ristrutturate hanno resistito alla furia del sisma.

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