Il Bibliofilo milanese
IL GIALLO DELL'ESTATE (Capitolo cinque)
Chapter five
Il senatore era un emergente. Veniva dalla provincia, dall’entroterra montano e in un certo senso doveva tutto ad un noto bibliofilo milanese che fu dall’inizio, nel gruppo fondatore del movimento politico inventato dall’attuale premier, Silvio Berlusconi. Poi il bibliofilo si era perso un poco nei meandri degli affari e di alcune inchieste giudiziarie, qualcuna davvero antipatica, in cui era incappato. Era pur sempre un uomo di prim’ordine: cinico e colto, modi spartani e al tempo stesso frequentatore degli ambienti finanziari e mondani più esclusivi. Con la stessa classe e disinvoltura poteva frequentare sia il desco dei frati trappisti di qualche monastero di Chimay, le poltroncine di pelle Frau dell’Atelier de Joel Robuchon di Parigi, oppure le viuzze della Vucciria di Palermo mangiando pani ca meusa, il classico panino con la milza. Questo signore, nè anziano nè giovane, in una delle sue scorribande per l’Italia centrale, alla ricerca di libri antichi e preziosi, si era imbattuto, negli anni scorsi, in colui (all’epoca era poco più di un ragazzo) che poi sarebbe divenuto il senatore. Il bibliofilo lo prese subito sotto la sua ala protettrice e decise di farne un uomo raffinato (non come lui, certo…) e di potere. E alla prima occasione, lui che poteva spendere una parola miracolosa con il basileus di Arcore, lo imbarcò, stante la famigerata legge elettorale che aveva imposto la lista bloccata, verso palazzo Madama. Da quel momento, il Senatore divenne un devotissimo dell’uomo del nord, il quale era prodigo di consigli, di tattiche e di strategie. Il Senatore era uno dei suoi uomini e se le cose fossero andate per il verso giusto, come fino ad allora era successo, l’esponente marchigiano avrebbe potuto ambire a qualche scranno ministeriale.
Per il momento stava costruendo, a Macerata e nelle Marche, uno specialissimo network fatto da uomini d’affari, costruttori, industriali, più o meno grandi, altri che si spacciavano per intellettuali o consiglieri del principe. Poteri forti, insomma. Almeno sulla carta. Era l’Italia di oggi con la nuova politica che avanzava. E che non guardava in faccia nessuno.
Era stato il bibliofilo, tramite uno dei suoi uomini infiltrato nell’arma dei Carabinieri (ma si, il messaggero era il maresciallo Pasquato) a fargli recapitare la trascrizione di quel passo della Commedia su Sigieri non appena si era sparsa la voce delle due morti eccellenti e si profilava all’orizzonte la costituzione del Granducato di Macerata. <Fai in modo – gli disse perentorio il bibliofilo- di capire cosa è successo, chiama gli amici, dobbiamo avere informazioni>.
Ora il Senatore, di fronte alla profferta del Professore, trasalì e la fronte si imperlò di sudore. <Io a capo a tutto?> pensò. E si dette una risposta:<mai>.
Era in un bel guaio, il senatore. Un guaio non voluto ma pesantissimo. Si trovava nel bel mezzo di un meccanismo messo inconsapevolmente in moto da un apprendista stregone. Il commiato con il suo interlocutore, che stentava a credere all’imbarazzo del senatore che aveva preso a pretesto un malessere, fu molto veloce. <Il tempo stringe> gli disse, sorridendo a mezza bocca, il Professore. E aggiunse:<Pensaci>.
Il senatore, mentre risaliva in auto la strada verso la sua casa di collina, ripensò fittamente agli avvenimenti. Due cadaveri eccellenti, per il grande pubblico morti ancora non si sa come, mentre lui ormai sapeva la verità.
Un ex dirigente della Provincia che aveva pensato di essere più furbo di tutti ma aveva sottovalutato la diabolica vastità culturale del Professore.
Una situazione politica ormai impazzita, con i partiti alla disperata ricerca di un candidato Presidente autorevole, credibile e, soprattutto, spendibile.
Ed il bibliofilo aveva individuato lui!
Certo, ripensandoci, la prospettiva poteva essere interessante: sembrava ormai certo che, a livello nazionale, l’accordo tra la sinistra, i Finiani scissionisti e l’Udc di Casini avrebbe portato alla riforma del sistema elettorale, con il ritorno al proporzionale puro: quindi addio lista bloccata, addio nomina paracadutata e sicura. La sua personale carriera rischiava quindi di interrompersi di lì a poco.
Inutile chiamare il bibliofilo per un consiglio e per dirgli ciò che aveva appreso: le intercettazioni non erano ancora state abolite eppoi era meglio lasciarlo in pace. No, in quel momento doveva cavarsi dal guaio da solo. Ma chi poteva aiutarlo? Un colpo di genio. <Il vescovo, sì il vescovo>. E ripetè come un mantra, quasi a mò di giaculatoria, la frase : <A maggior gloria di Dio>.
La ripetè diverse volte, pensando che forse anche quella strana epigrafe rinvenuta sul muro dell’obitorio, di fronte ai cadaveri decomposti di Muti e Galletti, poteva avere un significato evocativo e simbolico.
Un indizio su come doveva risolversi l’eterno conflitto tra fede e ragione.
In ultima analisi, Sigieri da Brabante portava con sè, in quell’assurda storia, non uno, ma due indizi: l’uno particolare e riservato alla Procura della Repubblica per scovare l’assassino; l’altro di portata generale, un segno forse, per far comprendere dove mettere la barra.
E il Senatore non aveva dubbi: barra al centro contro gli opposti estremismi.
E sicuramente il capo della chiesa locale, l’ormai vescovo del nuovo e potente Granducato, avrebbe compreso ed approvato. E il Senatore si ritrovò a ripensare quel “mai” che poco prima aveva creduto essere una verità assoluta.
Insomma: mai dire mai.
* * *
Erano passati cinque giorni dalla strana morte di Muti e Galletti e finalmente ci si accingeva a celebrare le esequie, naturalmente in forma solenne, previste per la domenica successiva non appena fosse giunta l’autorizzazione da parte della Procura della Repubblica.
Quella mattina i giornali avevano però altro di cui occuparsi.
Sulla Gazzetta ufficiale era stata pubblicata la legge di riordino del sistema delle autonomie: l’abolizione delle regioni era ormai definitiva così come la nascita delle nuove province, in numero minore ma più grandi e dotate di enormi poteri e risorse finanziarie. Lo Stato diventava leggero e federale, il potere tornava a radicarsi nel territorio.
Era stata fissata la data delle elezioni di lì a due mesi: il Granducato di Macerata, comprensivo dei territori delle ex province di Fermo ed Ascoli Piceno era ormai una realtà.
L’antica Marca veniva così divisa in due, da una parte Macerata, dall’altra Pesaro e già si parlava di vecchie e nuove rivalità, non limitate all’eterna disputa sulla superiorità culturale del ROF o del SOF. E pensare che la Regione Marche, prima che ne venisse decretata l’estinzione, aveva ipotizzato – per risparmiare! – di unificare le due strutture nel ROS, un fantasmatico ed improbabile Rossini Opera Sferisterio.
Nelle pagine interne campeggiava anche un’altra notizia: il suicidio dell’ex dirigente dell’amministrazione provinciale a suo tempo delegato alla gestione del delicatissimo Servizio Energie Alternative. Si era impiccato ad una delle cancellate dello Sferisterio lasciando ai suoi piedi una lettera autografa con la quale non si dichiarava pentito di ciò che aveva fatto ed accusava di ignoranza gli abitanti della presunta Atene delle Marche. A dire del morto, nessuno aveva capito il richiamo a Sigieri da Brabante nè il depistaggio con la frase “A maggior gloria di Dio”. Che comunque, si premurava di specificare nella lettera di commiato alle cose terrene, era un giusto epitaffio per i due ex Presidenti che tanto lo avevano umiliato: che sprofondassero negli inferi le loro anime dannate, ovviamente a maggior gloria di Dio!
Mark B.Montgomery
(5/continua)
N.B. Si potrà commentare il giallo solo dopo l’ultima puntata.
