facebook twitter rss

In tempi duri come gli attuali
gli insulti la fanno da padroni

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - La “buona creanza” fra le persone perde terreno anche a Macerata. Ma con l’immigrazione da chissà dove e la difficoltà di trovare lavoro c’era da aspettarselo
domenica 15 aprile 2018 - Ore 12:17 - caricamento letture
Print Friendly, PDF & Email

di Giancarlo Liuti

Uno degli effetti della nostra epoca piuttosto esagitata è che nei meno facili rapporti fra le persone i modi bruschi, sbrigativi o addirittura ingiuriosi prevalgono su quelli della cosiddetta “buona creanza”. E bisogna rassegnarsi. Però attenzione a non commettere lo sbaglio di considerare il passato sempre e comunque migliore del presente. Può darsi, intendiamoci, che stavolta lo sia. Troppe cose, del resto, ce lo fanno sospettare. Ma il “Dizionario degli Insulti” di Gianfranco Lotti – uscito negli anni ottanta del secolo scorso – ne annovera, per l’Italia, circa millesettecento, da “abominevole” a “zotico”. E Leopardi, in pieno Ottocento, diceva: “Gli uomini si vergognano delle ingiurie ma solo di quelle che ricevono, non di quelle che fanno”. E concludeva: “Per far sì che si vergognino anche gl’ingiuriatori l’unico modo è di rendergli il cambio”, cioè di comportarsi, con loro, come loro con noi.
Semmai la differenza di oggi rispetto a ieri sta nella circostanza che gli insulti, le invettive e ad esempio il classico “vaffanculo” riguardano tutti e tutto (non è stato proprio questo, se ben ricordo, il motto dell’esordio in politica di Beppe Grillo?), perfino i familiari, gli amici, i compagni di lavoro e i deputati nei dibattiti parlamentari. Una parola, questa, che ovviamente gode di una gran diffusione pure a Macerata. E basta ascoltare i nostri ragazzi quando a gruppetti escono chiassosamente da scuola – io abito in via Cioci, davanti al liceo scientifico – e l’esclamazione di gran lunga più usata e urlata da entrambi i sessi è, per l’appunto , “vaffanculo”.
Maleducazione? In un passato neanche tanto lontano la si sarebbe chiamata così, ma adesso, in ossequio a una libertà di linguaggio che non ha limiti, tutto si può dire e tutto si dice, nei film, in televisione, nelle conferenze, nei manifesti, per strada. Dov’è finito il “Galateo” di Monsignor Giovanni Della Casa? Figuriamoci, quel libro risale al Seicento! E se per semplice curiosità qualcuno lo cerca c’è il rischio che non lo trovi – sto esagerando? – neanche alla Biblioteca Comunale “Mozzi -Borgetti”. Tuttavia non voglio far la parte del morigerato ad ogni costo, soprattutto perché non lo sono mai stato e, anzi, certe mie imprese giovanili da “sprocedatu” ( “impudente”, nel dialetto maceratese) m’hanno sempre divertito e mi divertono ancora. Resta comunque che oggi, come tante altre cose che una volta si dovevano prender con le molle, chiunque se ne può servire a ruota libera.
Macerata, già. Un insulto di gran uso, ad esempio, è “ringujunitu”, con le dialettali tre “u” al posto delle tre “o” dell’italiano “rincoglionito”. Altri due insulti locali, invece, non sembrano avere – ma forse mi sbaglio – un corrispettivo in lingua italiana, e sono “marguttu” (“sempliciotto”, nelle Marche e nel Lazio fin dal Quattrocento) e “maccarò” (un tipo un po’ sprovveduto oppure il “maccherone”, una pasta che dall’Arabia – pensate – giunse a Napoli nell’Anno Mille e oggi, col nome di “rigatone”, va forte nei primi piatti). Quest’argomento, tuttavia, è molto vasto e a rischio, per me, d’imprecisioni e dimenticanze. In conclusione, mi congratulo con Mario Monachesi che in questo giornale ha scritto ottimi articoli anche sul dialetto maceratese e mi scuso con lui se stavolta gli ho un po’ rubato il mestiere.

Antiche usanze campagnole per scacciare l’inverno

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page




Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons
X