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Macerata sbigottita e prostrata
per i tanti episodi di violenza

IL COMMENTO - Gravissimo il danno all’immagine della nostra città. La nostra era una comunità già in piena crisi, innanzitutto economica, con il fallimento di Banca Marche e con il terremoto. Poi è arrivata l’immigrazione: la prima ondata è stata assorbita, la seconda no. Intanto la diffusione della droga era diventata devastante. Risollevarsi non sarà facile ma il coraggio dei terremotati sia di esempio per tutti noi
sabato 7 aprile 2018 - Ore 20:53 - caricamento letture
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Oggi pomeriggio il sit-in di CasaPound con la contestazione dei centri sociali

Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

Macerata non è una città violenta. Nonostante i drammatici episodi dei mesi scorsi, che l’hanno letteralmente sconvolta ma anche impietosita e commossa per la tragica fine di Pamela e per le sofferenze dei feriti, ”Macerata non è città violenta”. Non lo è per il carattere dei suoi cittadini, non lo è perché lo smembramento del corpo di una 18enne e una sparatoria per le vie della città sono episodi che non si ricordano a memoria d’uomo. Un cittadino ci ha detto con estrema certezza: “La settimana della morte di Pamela e della sparatoria è stata, dopo i bombardamenti della guerra, la settimana più tragica di Macerata”. Ma a voler essere pignoli si potrebbe ricordare anche la tragica fine del custode del capo sportivo Dante Scorpecci che l’11 maggio del 1945, accusato di essere fascista, fu massacrato di botte e impiccato ad un albero.

 

Max Giusti interpreta MCSilvano e la” Macerata violenta” in uno spettacolo a Civitanova

C’è qualcuno però che si è divertito a definire “Macerata città violenta” ma lo aveva fatto per paradosso. Era il settembre del 2010 quando Max Giusti, comico romano marchigiano di nascita, su Rai2 nel programma “Supermax”, in varie puntate cominciò a prendere in giro Macerata parlando di “Macerata violenta”, “Macerata viziata”, “Macerata spara”, “Macerata è la Detroit del centro Italia”. Ma era una presa in giro perché Macerata è esattamente il contrario ed infatti, subito dopo queste affermazioni, Max Giusti cantava motivi improvvisati per dimostrare che la città era tutto il contrario spiegando cioè che “Macerata è una città pacifica e discreta”, tanto da declamare in dialetto maceratese “Altro che rivoltella o lupare, jimo a sparare co le cerbottane”, oppure “Gente che schiatta per un po’ di polenta, questa è la vita di Macerata violenta”.

Sono passati sette anni (ed è iniziato l’ottavo) e molte cose sono cambiate ma Macerata è rimasta sempre una città non violenta. Anzi, dichiarata “città di Maria”, è molto accogliente, ospitale con gli stranieri, un po’ indolente (forse troppo), senza rancori, un po’ invidiosa di altre città che hanno fatto progressi mentre lei è rimasta… indietro e tutto è peggiorato. E’ proprio questo il punto dolente. Tutto è cominciato con la crisi economica che a partire dal 2008 (ma anche da prima) ha avuto conseguenze drammatiche per alcuni settori produttivi, con le aziende che chiudevano, altre che licenziavano pur rimanendo aperte, con i giovani senza più sbocchi professionali. Da lì in poi è iniziato il degrado, lento ma inesorabile, della situazione che prima era caratterizzata dal benessere diffuso.

Oggi pomeriggio centro storico di nuovo blindato per il comizio di CasaPound

La sede di Bm (oggi Ubi) a Macerata, in corso della Repubblica

 

1) Il primo lontano segnale si ebbe con la creazione di Banca delle Marche (che pure era stata accolta con grande entusiasmo e soprattutto con molte speranze) e con il trasferimento della sede centrale dell’Istituto bancario da Macerata a Jesi e molti dipendenti maceratesi divennero pendolari.

2) La conferma successiva e conseguente la si ebbe con la chiusura della sede della Banca d’Italia e il trasferimento dei dipendenti. Poi è arrivata, come una mazzata per tanti risparmiatori ma anche per l’economia della provincia, il fallimento della Banca delle Marche che i maceratesi consideravano la “banca di famiglia” (come lo era veramente quando si chiamava Cassa di risparmio). E vi sono stati bruciati miliardi mentre la Fondazione Carima, rimasta priva degli utili della banca, non poteva più spendere qualche decina di milioni l’anno per le più sofisticate apparecchiature dei vari ospedali della provincia, per le autoambulanze ai Comuni, per le iniziative culturali e quant’altro.

Ingresso del Palazzo della Provincia

3) Poi è arrivato il decreto di soppressione (trasformato poi in ridimensionamento) della Provincia con il trasferimento di gran parte dei dipendenti, finiti in altri enti (dove spesso “non sanno cosa fare…”). E questo ha creato non pochi danni perché i Comuni, che già avevano le loro risorse decurtate enormemente, stavano diventando “eti esattori per conto dello Stato”. Infatti la Provincia era un importante ente di riferimento non solo per la cultura e il turismo ma anche per tutti gli altri settori determinanti per la vita delle piccole e grandi città della provincia. E invece tante risorse non sono più arrivate all’ente Provincia.

4) Nel frattempo è scattato il blocco del turnover, con l’impossibilità per tutti gli enti, comprese le forze dell’ordine, di sostituire il personale che andava in pensione. Il che ha comportato una riduzione dell’occupazioni (e perciò minori stipendi per le famiglie) con conseguente invecchiamento della classe impiegatizia. Quindi peggioramento dei servizi, burocrazia sempre più lenta, forze dell’ordine e vigili del fuoco con personale ridotto. Ed i questori per anni hanno invocato invano un aumento degli organici. E invece nel frattempo è stato chiuso anche il reparto della Polizia stradale di Porto Recanati.

La sede della Camera di Commercio di Macerata

5) E’ stato poi varato il decreto per il ridimensionamento della Camera di commercio (come è avvenuto in tutta Italia) che aveva un ruolo fondamentale in favore delle piccole e medie imprese, le quali, proprio con il sostegno dell’Ente camerale, riuscivano a portare i loro prodotti all’estero. Cosa che, con le loro modeste risorse, non erano in grado di fare da sole. Sostegno non solo finanziario ma anche per la documentazione, l’interprete, le prenotazioni degli spazi nelle fiere internazionali ecc.. E da quelle fiere rientravano con le commesse che consentivano loro di avere lavoro per tutto l’anno. Quelle piccole e medie imprese ora sono messe in crisi anche dalla riduzione dei consumi interni che rende sempre più pesante la situazione economica.

6) Nel frattempo la popolazione è aumentata per l’arrivo degli immigrati che inizialmente sono stati accolti senza problemi. Anzi molti di essi hanno trovato lavoro in vari settori, specie nei lavori domestici (come le colf o le badanti per anziani) ma anche in piccoli lavori artigianali. Non pochi hanno trovato uno sbocco nel commercio e sono stati aperti negozi con prodotti particolari per gli immigrati di varie nazionalità. Altri hanno avuto occupazione nella ristorazione sia aprendo dei Kebab ma più spesso nelle cucine dei ristoranti. Quindi la prima ondata di immigrati è stata assorbita facilmente ed è riuscita ad integrarsi. Poi però l’arrivo degli immigrati è diventato ininterrotto e non c’è stata più la possibilità di assorbirli, ma per loro le cooperative hanno trovato sempre un letto e un tetto.

 

L’integrazione quindi non è stata più possibile e i nuovi arrivati hanno cominciato a bighellonare per la città. Non tanto di giorno ma soprattutto la sera e di notte. Durante il giorno infatti a turno hanno occupato gli ingressi dei supermercati, delle chiese e dei luoghi più frequentati, per chiedere l’elemosina. I loro esercizi commerciali spesso sono diventati luoghi di ritrovo dove si incontrano sempre più numerosi e spesso rumorosi. In alcune zone essi danno luogo a schiamazzi o comunque ad un vociare insistente, alterato dalla birra, che infastidisce il vicinato. Tutto questo ha creato un malessere che provoca la reazione dei cittadini. Reazione però molto contenuta che si limita alla segnalazione degli episodi più gravi al Comune o alla questura. Ma non per questo si possa dire che Macerata sia una città violenta. L’intolleranza scatta quando si vedono alcuni sbandati che, lasciato il regime di assistenza delle cooperative, si dedicano alla microcriminalità e allo spaccio della droga.

7) La mazzata più grossa sul Maceratese è arrivata con gli eventi sismici di fine 2016 e inizio 2017 (ultima scossa violenta, seguita da molte altre che ancora continuano seppure di violenza minore, ma che destano sempre paura). E’ stato sconvolto il “cuore delle Marche”, quello che era il maggior polo attrattivo per il turismo naturalistico, per gli amanti della montagna, del deltaplano, dello sci, delle passeggiate avventurose. Ma era anche un’area produttiva delle eccellenze gastronomiche: dalla pasta ai liquori, dagli insaccati (come il ciabuscolo, la coppa di testa, i prosciutti) ai vini (come il Verdicchio di Matelica e la Vernaccia di Serrapetrona), dalle lenticchie alle patate rosse, dai funghi ai tartufi, dalle trote al miele, dai formaggi alle castagne, dalle mele rosa alle marmellate, dallo zafferano ai fagioli e si potrebbe continuare all’infinito. Per fortuna tutto questo non è scomparso ma i danni sono stati notevoli. Pur con tanti sacrifici i produttori sono rimasti con coraggio al loro posto (non pochi sono stati costretti a delocalizzare) ma la catena commerciale per molti si è spezzata ed è difficile riconquistarla. Soprattutto perché la clientela costituita dai terremotati si è dispersa e solo lentamente stanno rientrando.

Tutti questi eventi avrebbero spezzato la schiena anche alle più robuste delle economie. E siccome Macerata non è la locomotiva d’Italia e neppure delle Marche, è evidente che lo slittamento in baso del tenore di vita ha lasciato segni profondi nello stato d’animo delle persone. E’ aumentato il pessimismo anche perché la luce in fondo al tunnel non riusciamo a vederlo. Ci aggrappiamo alla cultura, troviamo uno spiraglio nel turismo, guardiamo con fiducia ai giovani ma anch’essi si trovano di fronte a molti ostacoli. Ci è di sprone la forza di volontà della gente di montagna, quella più duramente colpita dal terremoto che fa centinaia di chilometri dal mare verso l’entroterra per lavorare e contribuire alla ripresa. Quella gente che non molla perché è rimasta accanto alle case crollate costruendosi una casetta di legno. Quella che non ha mai abbandonato i propri allevamenti.

Sequestro di droga a Civitanova

Resta il fatto però che Macerata attualmente è soprattutto una città sbigottita, preoccupata e sfiduciata. Preoccupata non solo per le immigrazioni (per le quali ha certo un sentimento di insofferenza mai di razzismo) ma soprattutto per la perdurante crisi economica e per la diffusione della droga. Un problema questo che si aggrava di giorno in giorno. Quindi al degrado della situazione economica, con molti padri di famiglia che perdono il posto di lavoro, con molti giovani che non trovano lavoro (e spesso la famiglia non ha disponibilità per mandarli all’estero), con una classe media che è praticamente sparita (o comunque sta scomparendo), la diffusione della droga è diventata un flagello.

Il martirio di Pamela e la sparatoria di Traini hanno richiamato l’attenzione del Governo sulla nostra provincia. A sostegno delle forze dell’ordine sono arrivati nuovi reparti dei carabinieri, della polizia e della finanza. La lotta alla droga e alla malavita ha conseguito notevoli successi. Ma già molti reparti arrivati in emergenza se ne sono andati. E tutto il peso della battaglia contro spacciatori e malavitosi ricadrà nuovamente su organici insufficienti. Il che significa che l’abnegazione, il sacrificio, l’attaccamento al dovere, la professionalità di tutti non basteranno per sconfiggere gli spacciatori e i malavitosi, dietro ai quali, come noto, c’è la mafia.

La manifestazione “Macerata è libera” dello scorso febbraio

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