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Business sui migranti, Perigeo:
«Dimostreremo di essere una ong
Altrimenti dovremo chiudere»

MACERATA - Il presidente dell'associazione finita nel mirino della Guardia di finanza insieme a Gus e Acsim spiega come funziona l'accoglienza e respinge le accuse. «I lavoratori? Possiamo averli anche come onlus perché sono figure professionali, altrimenti sarebbe sfruttamento dei volontari. I nostri bilanci sono certificati e riceviamo controlli periodici»
martedì 13 febbraio 2018 - Ore 21:58 - caricamento letture
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Aiuti umanitari in Somalia

 

di Giovanni De Franceschi

«Noi contiamo di dimostrare che abbiamo i requisti di una ong anche per quanto riguarda l’accoglienza dei migranti. Altrimenti dovremmo chiudere, perché quei soldi non ce l’abbiamo e non sapremo neanche dove andarli a prendere». Giorgio Conconi, varesino, è il direttore generale della Perigeo Onlus, una delle tre realtà che opera nel Maceratese, finita nel mirino della Guardia di finanza e dell’Agenzia delle entrate. E i soldi di cui parla sono quelli che secondo gli accertamenti  l’associazione dovrebbe versare al fisco, circa 500mila euro di Iva, più le tasse su 3 milioni e rotti di ricavi che avrebbero dovuto dichiarare.

Giorgio Conconi

Insomma, il nodo del contendere è questo: se l’associazione, per quanto riguarda l’accoglienza di migranti abbia o meno ancora i requisiti di una onlus. Oppure se debba essere equiparata a una vera e propria azienda. E siccome la normativa in merito è piuttosto complessa e anche poco chiara, la partita è tutt’altro che chiusa. La Perigeo è nata nel 2004 come associazione culturale, poi è diventata una ong, e negli anni si è occupata principalmente di missioni all’estero, «nei teatri di pace». Adesso è presente in Somalia, dove ha realizzato una scuola di pesca con le donazioni della Caritas e dove ha inviato medicinali dopo il recente attentato di Mogadiscio, quindi Colombia, Libano, Etiopia. Tornando all’accoglienza il sistema funziona grossomodo così: le prefetture gestiscono la prima accoglienza, coordinate a livello nazionale. Attraverso dei bandi, affidando i migranti alle varie associazioni del territorio. Vengono avviate le pratiche per ottenere lo status di richiedente asilo, si va da sei mesi a un anno e mezzo per ottenere una risposta. E solo chi ottiene poi lo status può entrare nei progetti Sprar, che sono quelli gestiti dai Comuni principalmente. Questa seconda fase è quella che in teoria serve per un’integrazione vera e propria. Il problema è che chi non ottiene lo status, finisce poi in mezzo a una strada, con il rischio che vada a ingrossare le fila delle criminalità. «Questo ci dispiace – aggiunge Conconi – ma al momento mancano mezzi e strumenti». Insomma è un sistema che fa acqua.

La scuola di pesca costruita in Somalia

Direttore, quando avete iniziato a occuparvi anche di accoglienza dei migranti?

«Nel 2011, quando ci è stata la prima emergenza gestita dalla Regione Marche. Siccome avevamo una struttura a Penna San Giovanni, abbiamo iniziato ad ospitare i primi profughi. Da lì è iniziata la collaborazione con la Regione, che è continuata anche quando sono subentrate le Prefetture nella gestione dell’emergenza. Poi quando dall’emergenza è diventata per così dire cronica, quando non le prefetture hanno continuato a contattare le realtà con cui avevano avuto un’esperienza positiva».

Oggi quante persone gestite?

«Quaranta a Macerata, in sei appartamenti. Ne avevamo sette, ma uno l’abbiamo lasciato, era quello in via dei Velini, dove viveva anche Desmond Lucky (uno dei nigeriani arrestato per la morte di Pamela Mastropietro, ndr). Altri 35 stanno a Tolentino, sono quelli che prima del terremoto erano ospitati nella nostra struttura di Penna San Giovanni, che però è rimasta lesionata».

E lo Stato quanto vi paga al giorno per ognuna delle persone che ospitate?

«Circa 31 euro, soldi che servono per pagare gli affitti degli appartamenti, il cibo, le cure sanitarie, i corsi di italiano, i vestiti, l’igiene della casa e delle persone, i dipendenti, gli operatori e tutto ciò che serve».

Un uomo della Perigeo con un bimbo somalo

L’avere dipendenti non è in contrasto con l’essere un’associazione di volontariato?

«No, anzi è il contrario, saremmo contraddittori se usassimo dei volontari per un lavoro che richiede professionalità, insomma se sfruttassimo i volontari stessi. Invece noi abbiamo ragazzi e ragazze specializzati assunti a tempo indeterminato, diamo lavoro a circa 40 persone».

Tornando ai 31 euro al giorno, qual è la quota che finisce direttamente nelle tasche di ogni migrante?

«Due euro e cinquanta centesimi al giorno, soldi che loro possono spendere come vogliono».

Di questi soldi che incassate dovete poi rendere conto a qualcuno?

«Certo, innanzitutto abbiamo bilanci che devono essere certificati altrimenti non potremmo neanche partecipare ai progetti. E poi ci sono controlli periodici, a volte anche a sorpresa delle prefetture e degli altri enti. Noi alle 10 di mattina di ogni giorno dobbiamo inviare un elenco delle persone ospitate e in base a quello poi fatturiamo e veniamo pagati. Consideri che la gestione dei flussi di cassa ci impegna parecchio, e spesso abbiamo problemi di liquidità. I pagamenti arrivano con qualche mese di ritardo e spesso sono le banche che ci anticipano i soldi. Lo fanno senza problemi perché sono fatture sicure, ma ovviamente questo ha un costo».

Ecco, le fatture, la nota dolente. Finanza e Agenzia delle Entrate contestano il fatto che voi avreste dovuto versare l’Iva per 500mila euro e dichiarare 3 milioni e rotti di ricavi su cui pagare le tasse. Questo perché, per quanto riguarda l’accoglienza, avreste i requisiti di un’azienda vera e propria.

«Guardi, la Finanza l’anno scorso ci aveva anche bloccato i conti. Poi però ce li ha sbloccati, perché l’indagine ha dimostrato che non c’era niente che non andava. Ora è in corso l’accertamento con l’Agenzia delle Entrate, abbiamo già incontrato i funzionari: loro effettivamente contestano il fatto che questa attività non è propria di una ong, noi riteniamo che sia il contrario e abbiamo presentato ricorso. Sa, la normativa è complessa e anche poco chiara, ma noi contiamo di dimostrare nei vari gradi di giudizio che abbiamo ragione. Se non fosse così saremmo costretti a chiudere, perché non abbiamo quei soldi da versare e non sapremo neanche da dove prenderli».

In ogni caso la mole di denaro è ingente.

«Così potrebbe sembrare, ma le assicuro che di spese ce ne sono davvero tante».

Sa dirci dei soldi che paga lo Stato complessivamente qual è la percentuale che viene spesa per il migrante in senso stretto e quale quella per mantenere l’associazione?

«Sinceramente non lo ricordo».

Pensa che ci sia un’emergenza migranti qui da noi?

«Diciamo che c’è una strumentalizzazione su questa vicenda, con le elezioni alle porte poi, fa gioco a molti. La comunità maggiormente rappresentata per esempio è quella albanese, lei ha sentito che qualcuno ne parla? Hanno vinto pure Sanremo (una battuta, ndr). Diciamo che gli altri sono più visibili, ecco, e che si tende a cercare il capro espiatorio. Ma di politica preferisco non parlare».

Allora parliamo di numeri.

«Nell’ultima riunione regionale si è parlato di circa 5mila persone ospitate nelle Marche, su una popolazione totale di oltre un milione».

Percentuali basse, quindi potremmo anche accoglierne altre?

«No, anzi. Perché questo è un territorio che ha un nervo scoperto, quello del terremoto. E già ci sono molte persone sfollate, quindi forse anche qualcuna in meno da accogliere sarebbe andata bene per queste zone».

Business sui migranti, anche Perigeo e Acsim nel mirino delle Fiamme gialle

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