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Le due ore del “Lupo” Traini
nel racconto del 118

FOLLIA RAZZISTA - Mentre nelle strade il 29enne sparava a sei persone in giro per Macerata i professionisti dell'ospedale agivano in condizioni delicatissime per assistere feriti ed essere pronti ad ogni eventualità. Il responsabile del 118, Ermanno Zamponi: «Non sapevamo cosa stesse succedendo, continuavamo a ricevere chiamate di soccorso da ogni lato della città, abbiamo richiamato tutti in servizio e allertato Torrette»
lunedì 5 febbraio 2018 - Ore 21:29 - caricamento letture
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Ermanno Zamponi, dirigente medico  dell’Unità operativa di Emergenza Territoriale

 

di Marco Ribechi

(foto di Fabio Falcioni)

Il sabato della follia al 118, il racconto dei medici. Mattinata da allarme rosso all’ospedale di Macerata quando i telefoni hanno iniziato a squillare con feriti di arma da fuoco che necessitavano assistenza e controlli immediati. Erano i bersagli della Glock di Luca Traini, detto Lupo, individuati e colpiti per la sola colpa di avere la pelle nera. La giornata si è subito trasformata in un codice d’emergenza con tutto il personale richiamato immediatamente in servizio. «Siamo stati colti di sorpresa – spiega Ermanno Zamponi, dirigente medico dell’Unità operativa di Emergenza Territoriale – normalmente non ci aspettiamo queste situazioni. Abbiamo adottato una procedura denominata scoop and run che permette di trasportare e ospedalizzare immediatamente il ferito visto che in caso di lesione grave da arma da fuoco solo la chirurgia può salvare la vita». In un primo momento le informazioni che arrivavano all’ospedale parlavano di un individuo che stava genericamente sparando ai passanti. «Per questo motivo non avevamo idea di quante emergenze avremmo dovuto affrontare – continua Zamponi – solo dopo ci siamo resi conto che i bersagli erano tutti stati selezionati per il colore della pelle. Inoltre la nostra prerogativa è anche salvaguardare la sicurezza dei nostri operatori, se escono per soccorrere qualcuno non possiamo rischiare che rimangano colpiti anche loro».

L’intervento di un’ambulanza in corso Cairoli

La prima mossa è stata quella di avvisare l’ospedale di Torrette e anche l’elisoccorso che però non poteva volare a causa della scarsa visibilità. Poi sono stati chiamati tutti i reperibili nell’eventualità di trasportare i feriti all’ospedale di Ancona. «Una cosa molto importante è stato conoscere il modello dell’auto dell’attentatore – spiega Zamponi – in questo modo tutti gli autisti dei mezzi di soccorso sapevano che il pericolo poteva arrivare da un’Alfa 147 nera. Però non avevamo la certezza che a sparare fosse solo una persona visto che le chiamate arrivavano da tanti diversi punti della città». In totale otto le telefonate, alcune effettuate dagli stessi feriti o da cittadini, altre dalla polizia. «Un uomo che parlava male italiano continuava a ripetere Piediripa fermata cinese – aggiunge il medico – ma non riuscivamo a capire e quando lo abbiamo richiamato non ha più risposto. Forse intendeva via Pancalducci, sulla strada per Piediripa oppure era un irregolare che ha avuto paura di essere soccorso. Un settimo uomo, oltre ai sei feriti, si è sentito male ma non per una ferita bensì per un attacco di panico e per questo si è rifugiato in Comune». Nell’ospedale di Macerata, per complimentarsi per l’ottimo lavoro svolto, anche Fabrizio Volpini presidente della IV commissione sanità. «La mia visita è esclusivamente a carattere personale – spiega Volpini – porto la solidarietà della Regione ai ragazzi feriti, al sindaco di Macerata, alla struttura medica. Naturalmente voglio esprimere anche grande vicinanza alla famiglia di Pamela colpita da questa grande sciagura. Condivido le parole del primo cittadino, bisogna spezzare la spirale d’odio soprattutto in questo momento delicato di campagna elettorale».

Fabrizio Volpini insieme al Guido Cesare Gesuelli facente funzione della chirurgia generale

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