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Il teatro arricchisce la vita
di chi lo fa e di chi va a vederlo 

MACERATESI ALLA RIBALTA (4) - Micaela Piccinini, versatile attrice teatrale di San Severino, che dal 15 gennaio sarà di nuovo in scena a Bologna con “Dove finisce la notte”, parla del suo “progetto” di teatro e svela due segreti che ha nel cassetto: tornare a cantare live e avere una compagnia tutta sua
giovedì 11 gennaio 2018 - Ore 09:31 - caricamento letture
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Micaela Piccinini (foto di Andrea Chemelli)

 

In occasione dell’Anno europeo del patrimonio culturale 2018, Cronache Maceratesi propone una serie di interviste a giovani di Macerata e provincia saliti alla notorietà nel mondo delle arti o che si stanno affermando professionalmente nei diversi settori artistici. Micaela Piccinini è la protagonista della quarta puntata. 

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di Alessandro Feliziani

Per lei le vacanze di fine e inizio d’anno sono state più brevi del solito perché, dopo aver debuttato prima di Natale in “(S)oggetti smarriti” con la regia di Orwa Kulthoum, ha appena ripreso le prove per tornare in scena con un altro spettacolo e, inoltre, si sta già preparando per due nuove produzioni teatrali, uno su testi di Cechov e l’altro sul Varietà dagli anni ’30 agli anni ’50. Lei è Micaela Piccinini, attrice di San Severino, la quale – benché ormai viva quasi stabilmente a Bologna, dove insieme a Lorenzo Bonaiuti ha fondato Lalage Teatro – torna nella sua città spesso e ben volentieri, ci dice, “oltre che per nutrire gli occhi e consolare il cuore, anche per collaborazioni professionali e scambi di sensibilità artistica”. In terra emiliana Micaela Piccinini collabora con il Teatro comunale di Modena, con l’Arena del Sole di Bologna e con diverse compagnie ed associazioni teatrali in ragione di una sua vasta ed eclettica attività che la vede protagonista non solo come attrice, ma anche come formatrice. Tra l’altro da alcuni mesi insegna in corsi di recitazione e di canto presso la “Bernstein School of musical theatre”.

Come nasce questo sua versatilità artistica?

La mia formazione spazia dal teatro classico al teatro di ricerca, il teatro ragazzi, il musical, il canto lirico e moderno, la danza classica e jazz. Ho iniziato studiando canto lirico all’Accademia Feronia di San Severino Marche e successivamente canto moderno Candace Smith e tecnica “evts” con Beth Allen alla Bernstein School. Come attrice mi sono formata al Centro teatrale Sangallo di Tolentino, nella scuola fondata da Saverio Marconi e Michele Renzullo, dove ho studiato teatro, danza classica e danza jazz.

Poi da lì ha iniziato a recitare….

Praticamente non ho più smesso. Tra gli spettacoli a cui ho partecipato mi piace ricordare l’edizione del musical “Les Miserables” con la regia di Rosato Lombardi, il musical “Cenerentola” con la Compagnia della Rancia e la regia di Saverio Marconi, dove interpretavo il ruolo della Fata. Sempre con la Rancia e Marconi ho recitato nel ruolo della Signora Perkins e cover di Milly nel musical “Sette spose per sette fratelli”. Nella Marche ho lavorato anche con il Teatro Rebis di Macerata, ne “Il dolce miraggio di Ulisse” con la regia Andrea Fazzini, spettacolo che ha ricevuto nel 2006 il Premio “Claudio Gora”. Con la compagnia messinese Nutrimenti Terrestri ho avuto una parte ne “Il funerale del poeta” diretto da Ninni Bruschetta. Un’altra produzione che mi ha dato molte soddisfazioni è stata “Parole e Sassi”, per la regia di Letizia Quintavalla , “Premio Eolo Awards” nel 2013.

Ama di più recitare o insegnare a recitare?

Le due attività sono per me strettamente legate tra loro. L’attività di formazione è stata un’attività parallela al lavoro attoriale sin dai miei esordi. Il mio approccio, e quindi il mio sguardo, è quello dell’attore. Insegno le tecniche dell’arte dell’attore ripercorrendo quella che è ed è stata la mia formazione. Tengo conto sia del corpo, e in esso della voce, ma anche del “corpo” emotivo attraverso il lavoro di training fisico e vocale, attraverso il lavoro di improvvisazioni, poi il lavoro di prove e produzione di uno spettacolo. Da anni approfondisco oltre che le tecniche vocali di canto moderno e canto musical, anche lo studio dei risuonatori della voce parlata.

Immagino che l’attività di formatrice richieda anche un continuo aggiornamento…

Non si finisce mai di studiare. Tra gli altri ho un rapporto prediletto con Matteo Belli, attore e regista teatrale che è uno dei più importanti esperti italiani sulla ricerca vocale che operano in Italia.

(foto di Diego Stellino)

La voce, del resto, è lo strumento sia del cantante, sia dell’attore…

Alcuni dei miei corsi si concentrano proprio su questo: sull’uso della voce in scena e non solo. Sulla conoscenza tecnica dell’apparato fonatorio e sul modo di produrre più vocalità e aumentare le potenzialità del proprio strumento per ampliare con maggiori sfumature le possibilità espressive dei personaggi che dobbiamo interpretare.

Oltre ad aver debuttato in “(S)oggetti smarriti” ed aver iniziato a insegnare alla Bernstein School, nell’anno che si è appena concluso quali progetti ha intrapreso?

Ho guidato i miei allievi in due nuove produzioni, due rivisitazioni da “I Reverendi” di Slawomir Mrozek e “Canti di scena” di Nicola Piovani e Vincenzo Cerami. Inoltre, come attrice ho preso parte ad un cortometraggio inserito all’interno dello spettacolo teatrale “Dove finisce la notte”, con la regia di Francesca Migliore, che da maggio mi ha chiamato anche in scena, come co-protagonista accanto a Nicola Fabbri. Lo spettacolo ha avuto successo ed ora torniamo in scena dal prossimo 15 gennaio.

(foto di Diego Stellino)

Di cosa si tratta?

È un ricordo di guerra tratto da un racconto di Roberto Fiorini. La storia è ambientata a San Giovanni in Persiceto, paese alle porte di Bologna, nell’inverno tra il 1944 e il 1945. Una famiglia di contadini, composta da madre, nonno e bambino di quattro anni, un padre inghiottito dal fronte russo che non ha lasciato tracce dietro di sé. Una vita sospesa, fatta di piccole cose, in attesa di eventi che possono precipitarla da un momento all’altro nella paura e nel pericolo. Improvvisamente, dal cielo, cade un paracadute e con lui un misterioso americano che parla una lingua sconosciuta … Una vicenda drammatica, ma brulicante di vita e di fede nella capacità di redenzione dell’uomo dagli orrori della guerra. Con me recita Nicola Fabbri.

Programmi per il 2018?

Nell’estate prossima è previsto il debutto di uno spettacolo che mi vedrà in scena con l’attore Ettore Pancaldi in un lavoro scritto e diretto da me che ha a che fare con la “memoria emotiva” di Konstantin Stanislavskij, maggiormente conosciuta nella citazione letteraria di Marcel Proust quando parla delle petites madeleines.

C’è qualche altro progetto che sta pensando di realizzare a breve?

Mi piacerebbe riproporre nelle Marche il racconto-laboratorio “Parole e Sassi” del Collettivo Progetto Antigone, con regia di Letizia Quintavalla. È un progetto nazionale che prevede il racconto dell’Antigone ai bambini dagli otto anni in su, affidandone la responsabilità di proposta e diffusione del lavoro ad un’attrice in ogni regione ed io sono la responsabile per la regione Marche. Negli anni passati ho avuto modo di presentare questo spettacolo in vari plessi scolastici nelle province di Macerata ed Ancona, ma ci sarebbe ancora tanto da fare nella nostra regione. Nel 2016 mi sono fermata subito dopo il terremoto perché aveva toccato particolarmente anche me e la mia famiglia, ma forse ora ho le risorse emotive giuste per ricominciare.

Come vede il futuro del mondo del teatro in Italia?

Domanda difficile. Il tema si presta ad essere considerato sotto diverse angolazioni e sarebbe troppo lungo esaminarle tutte. Sappiamo che l’Italia non riesce a sostenere il teatro e gli artisti come dovrebbe, ma lo sforzo c’è. Speriamo ci siano riscontri positivi in futuro in difesa di una professione che ne ha bisogno.

Da più parti si sente spesso dire che il teatro sia morto o che sia in agonia. Lei condivide queste affermazioni?

Questa è un’affermazione che non prevede nessuna futuribilità, si ferma al presente o a un futuro prossimo. È vero che in una società che va sempre più veloce, con tanti stimoli, quello del teatro è un mondo che apparentemente non riesce più a stare al passo con le esigenze sensoriali odierne. Ci vorrebbero mezzi tecnici pari a quelli del cinema, ma poi sarebbe da chiedersi: è ancora teatro? E che teatro?

Lei ha accennato a mutamenti sociali in atto e ai continui nuovi stimoli che anche la tecnologia contribuisce ad alimentare. In tale contesto la gente ha ancora bisogno di teatro?

Io penso che tutti abbiamo bisogno di storie, di entrare in empatia, in “contatto” con la vita di altri, di prendere posizione, di fare esperienze dirette e indirette di emozioni note e sconosciute. Il teatro è il luogo dove questo accade, è un rito collettivo in cui attraverso un dare e un avere tra il pubblico e gli attori avviene una trasmissione che amplifica e arricchisce la vita di chi il teatro lo vede e di chi lo fa. Quindi del teatro c’è necessità e per farlo in questi termini non occorrono chissà quali apparati tecnici. C’è bisogno dell’uomo-attore, dei suoi strumenti espressivi, dei suoi sentimenti sinceri, di grande tecnica e professionalità e di una storia da raccontare in cui il pubblico possa rispecchiarsi. Per me il teatro si fa così.

Tutto questo come pensa possa essere proiettato non solo a domani, ma ad un futuro ancora più lontano?

Occorre concentrarsi sull’essenza del teatro o non nel modo di produrlo. Inoltre, dobbiamo trovare il modo di parlare ai giovani, toglierci quell’aura di ambiente esclusivo e provare a svecchiarci. Via l’aulico, il lontano, il dramma a tutti i costi. Ristabiliamo un equilibrio e una parità tra teatro più classico, autorale, drammatico e teatro più leggero. Il teatro è incontro e ogni strumento è buono quando questo avviene.

Nella sua esperienza diretta ha cercato di andare in tale direzione?

Nel mio percorso personale ho provato a far uscire il teatro dal teatro, a cercare spazi alternativi, anche la strada quando è stato necessario. Anni fa con la mia associazione a Bologna facemmo un festival di teatro nelle case, si chiamava “Case(s)chiuse” ed è stata un’esperienza bellissima. All’evento teatrale seguiva un momento conviviale che favoriva il dialogo, lo scambio e l’incontro.

Originale e immagino anche coinvolgente…

In un mondo in cui si comunica in chat anche da una stanza all’altra, del teatro abbiamo davvero bisogno. Teatro da vedere e teatro da fare. Ognuno dovrebbe farne esperienza, sin dalla tenera età. Nonostante mi sia innamorata del teatro vent’anni fa, la passione è ancora molto viva. È una febbre che non passa e non passerà e di questo sono davvero contenta.

Ha “sogni” nel cassetto?

Nel mio “cassetto dei sogni”, che rimane comunque sempre aperto, c’è quello di tornare a cantare musica dal vivo. Mi capita di cantare in spettacolo, di cantare in sala di registrazione come vocalist, di cantare in un coro polifonico, canto con i miei allievi mentre insegno, ma mi piacerebbe tornare a cantare live. Un altro sogno è quello di creare una mia compagnia.

 

Quando fotografo guardo con gli occhi ciò che vedo con il cuore 

«Lungo la tastiera del pianoforte inseguo i miei sogni»

Datemi una “matita” e vi restituirò un mondo fantastico

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