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Hanno lasciato il commissario De Micheli
con il cerino in mano e in piena emergenza

IL PUNTO - Sta cercando con tutte le sue energie di venirne fuori ma è dura perché i problemi si sono incancreniti ed è difficile a venirne fuori. Sono in vigore norme non scritte che impediscono la microzonazione e favoriscono il “miglioramento sismico” meno costoso, rispetto all’”adeguamento”. E’ possibile ricostruire con criteri antisismici come in Giappone? Iniziamo dalle zone terremotate delle Marche
giovedì 12 ottobre 2017 - Ore 21:07 - caricamento letture
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Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

Il nuovo commissario per le aree terremotate, Paola De Micheli, ogni giorno che passa si sta rendendo conto che l’hanno lasciata con il cerino in mano perché ad un anno dal sisma siamo ancora in piena emergenza e la ricostruzione è lontana. Ma ha preso molto a cuore la situazione e sta cercando con tutti i mezzi di venirne fuori. Frequentissimi sono i convegni, gli incontri con i tecnici e con i sindaci, con i burocrati e con gli assessori e presidenti, per cercare di “sbrogliare la matassa” e l’energia che ci sta mettendo è veramente meritoria. I suoi obiettivi immediati sono quelli di rendere le normative più chiare e snelle e di avere una burocrazia che si prenda le sue responsabilità e risolva i problemi, anziché aggravarli e rimandarli alle calende greche con metodi borbonici.

Paola De Micheli a Camerino

I problemi sono certamente questi ma ce ne sono altri che bloccano tutto come macigni. Innanzitutto le macerie. Secondo dati ufficiali sono state rimosse 343mila tonnellate su due milioni e 360mila. Perché non si fanno intervenire altri reparti del Genio militare per accelerare i lavori? Ci sono ancora troppe “zone rosse”, in città e centri periferici che potrebbero ripartire, ma i lavori di messa in sicurezza degli edifici pericolanti vanno a rilento. Perché non si impiegano più squadre da destinare a questo compito?

All’improvviso, al neocommissario, hanno fatto la bella sorpresa di scoprire altri ottomila sfollati in più. Come è potuto accadere? Semplice: mentre le squadre incaricate dei sopralluoghi per verificare gli alloggi agibili e non agibili in Umbria (dove i danni all’edilizia sono stati molto inferiori) hanno iniziato a lavorare a novembre, nelle Marche (dove avevamo più fabbricati danneggiati) sono partite soltanto a febbraio. Inoltre sono risultate insufficienti in quanto per ultimare il lavoro di verifica mancano ancora 3.300 sopralluoghi. Il che significa che ci saranno altri fabbricati inagibili e quindi altre famiglie sfollate. Perché non è stato impiegato un maggior numero di squadre?

Sono questi i problemi che dovrà affrontare la De Micheli e le prospettive non sono rosee. Innanzitutto perché certi schemi operativi sono stati già impostati e sarà difficile rimuoverli. Ci riferiamo al fatto che per la microzonazione sismica di terzo livello sono stati messi a disposizione dallo Stato soltanto tre milioni mentre i geologi sono concordi nel dire che occorrerebbero 30/40 milioni. Se non si conoscono le condizioni del terreno sottostante gli edifici come si può pensare di fare restauri o addirittura di ricostruirli ex novo? Tra l’altro, spesso e volentieri, questi edifici non sono di recente costruzione ma potrebbero risalire a 40/50 anni fa e quindi sulla loro resistenza alle scosse sismiche non c’è molto da scommettere. Inoltre ci dicono che spesso, le aziende specializzate nella microzonazione, ricevendo l’incarico da privati, pretendono di essere pagate anticipo in quanto sono sicure che lo Stato non rimborsa queste spese. Un altro degli schemi operativi impostati da tempo, e difficili quindi da rimuovere, riguarda l’adeguamento sismico e il miglioramento sismico. Si è diffusa ad arte la convinzione che tra le due soluzioni ci sia pochissima differenza. Pertanto si indurrebbe la gente a preferire il “miglioramento” che, come è noto, offre minori garanzie rispetto all’”adeguamento” sismico per la tutela degli edifici contro le scosse di una certa violenza.

In concreto quindi l’indirizzo è questo: niente o scarsa microzonazione e riduzione al minimo dell’adeguamento sismico. Il tutto, si badi bene, non solo per risparmiare ma anche “per fare presto” a poter dire che l’emergenza è finita ed è iniziata la ricostruzione. Senza pensare che non solo le famiglie andranno ad abitare edifici non del tutto affidabili, ma che quando in un futuro (magari mai) ci fosse un terremoto con crolli, subito interverrà la Magistratura ad indagare costruttori, progettisti e proprietari dei fabbricati perchè “hanno beneficiato del contributo dello Stato ma sicuramente sono stati usati materiali scadenti, magari la sabbia – si dirà – al posto della calce, oppure non hanno eseguito i lavori con scarsa competenza”…) Invece la colpa sarà della burocrazia (o dello Stato) che avrà risparmiato non consentendo la microzonazione sismica ovunque fosse necessario (e quindi in tutta l’area terremotata) e favorendo il miglioramento sismico anziché l’adeguamento sismico.

Edward James Blakely con Cesare Spuri

Ma fra vent’anni chi si ricorderà di questa “impostazione” (o imposizione?) dello Stato? Ci sarà qualcuno che vorrà spiegare tutte queste cose alla De Micheli? Riteniamo di no ed è per questo che invitiamo il nuovo commissario a fare un’operazione ancora più concreta di quella di incontrare i burocrati e i capi dei burocrati, e cioè di parlare con la gente, di incontrare gli sfollati, di rendersi conto di persona delle loro condizioni. Qualche mese fa c’è stato un incontro all’università di Macerata con Edward James Blakely, commissario straordinario per la ricostruzione di New Orleans dopo la distruzione della città provocata dall’uragano Katrina. Era stato chiamato a Macerata dal rettore Francesco Adornato, proprio per parlare di come egli avesse affrontato quella difficile situazione. Ebbene egli ha spiegato che prima di prendere qualsiasi decisione da parte di progettisti, tecnici, funzionari ed esperti, c’era l’impegno di ascoltare la popolazione con incontri continui, anche di quartiere, addirittura di condominio. Questo per conoscere i problemi della gente e come poterli risolvere alla svelta. Ovviamente ogni problema importante richiedeva tempo e questo veniva impiegato per spiegare alla gente che magari doveva rinunciare a tornare nel proprio quartiere che era a rischio esondazione per cui doveva spostarsi in un’area più sicura. “Se non si parla con la gente, se non si spiega che ci sono cose non risolvibili, che c’è bisogno della collaborazione di tutti, che ogni decisione è per inell’interesse dei cittadini – ha detto Blakely – ogni problema diverrà difficilissimo da risolvere!”

E’ questa una bella lezione per tutti. Ma come incontrare gli abitanti dei Sibillini se oltre 40mila sono sfollati, molti dei quali, come trottole, debbono portare i figli a scuola in montagna, o andare al lavoro in qualche località lontana, e compiere ogni giorno centinaia di chilometri? Ma sarà proprio per questo – si chiederà qualcuno – che sono stati trasferiti tutti lungo la costa e comunque lontano dalle loro cittadine? E cioè perché non potessero neppure consultarsi tra loro e quindi né protestare per le cose assurde che hanno visto, né fare proposte concrete? “Solo con la collaborazione della gente che abita in un quartiere o in una cittadina e che conosce quel territorio – ha detto Blakely – si possono più facilmente risolvere i problemi”. Ed è lapalissiano che quei paesi, quelle comunità, quei territori potranno tornare a vivere soltanto se quei cittadini potranno tornare lassù. Ma più tempo passa più sarà difficile riportare i giovani là dove sono nati. Non si può fare la ricostruzione senza sentire la gente che dovrà andare ad abitare e vivere in quei luoghi e a farne ripartire l’economia, sia pure con immensi sacrifici. Ma prima di tutto bisogna restituire case sicure a quanti vogliono tornare. Il recente terribile terremoto di Città del Messico, in proporzione, ha provocato minori decessi rispetto al nostro entroterra. Questo significa che la sono state costruite case più sicure. Ma pensiamo soltanto al Giappone dove il rischio sismico è quasi scomparso perché tutti gli edifici sono antisismici adottando una tecnica italiana. E sono state industrie italiane a realizzare molti edifici in Giappone. Ora, in attesa che anche l’Italia si adegui (e ci vorranno anni e anche ingenti investimenti), perché non partire adottando, almeno nell’area terremotata delle Marche (ma anche Umbria e Lazio se possibile), i criteri di costruzione impiegati in Giappone? Sarebbe un segnale forte da parte dello Stato nei confronti di tutti gli italiani, ridando fiducia in un futuro migliore, fiducia che molti hanno perso da tempo.

Alessandro Gentilucci

Chi ancora non l’ha persa questa fiducia sono quelli che, dopo il sisma, sono rimasti sui monti, sotto la neve, a condividere con greggi e armenti il freddo, il terrore di nuove scosse e spesso anche la fame. Come quelli che, subito dopo le scosse più violente sono rimasti lì e hanno ripreso la loro attività di artigiani e di commercianti, anche investendoci tutti i risparmi di una vita nella speranza (fino ad ora vana) dei contributi dello Stato. Come anche coloro che, in attesa estenuante delle casette che non arrivano mai, hanno trovato soluzioni di emergenza, costruendo capanne e casupole di legno sulla propria terra, a proprie spese, in area edificabile, facendo risparmiare allo Stato il costo delle casette (a volte fino a 3mila euro al metro, più dei fabbricati in città. E proprio di questi cittadini parlava il sindaco di Pieve Torina, Alessandro Gentilucci, quando ha dichiarato: “La politica deve trovare il modo per aiutare i terremotati, Si trovi subito una soluzione. Queste persone meriterebbero un grazie per non aver lasciato desertificare il territorio e per aver fatto risparmiare al Governo”. Mesi fa Gentilucci aveva chiesto a Governo e Regione un provvedimento per garantire ai privati la possibilità di allestire ricoveri provvisori. Ma è stato inascoltato e il sindaco ha così replicato: “Se la politica non interviene, perché sorda, è evidente che la magistratura non può far altro che applicare giustamente la legge”. A questo punto la conclusione è una sola: molti tra gli abitanti dei Sibillini ancora ci credono in un futuro migliore, e rischiano in proprio. Chi dimostra di non crederci affatto è proprio lo Stato. Purtroppo…

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