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Applausi per la principessa di ghiaccio
ma Turandot perde la strada d’Oriente
(recensione e commenti del pubblico)

MACERATA OPERA FESTIVAL - Tutto esaurito alla prima dello Sferisterio. L'allestimento innovativo convince più della musica nella rappresentazione psicanalitica di Ricci e Forte. IL VIDEO ALL'USCITA: giudizi positivi e critiche tra gli spettatori intervistati
sabato 22 luglio 2017 - Ore 15:00 - caricamento letture
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Le impressioni raccolte tra il pubblico all'uscita della Turandot dalle telecamere di Cm Tv. «Abbiamo assistito ad un'ottima rappresentazione della Turandot». E' il commento d'autore di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera

 

 

di Maria Stefania Gelsomini 

La principessa sottovuoto si scongela e conquista uno Sferisterio sold out per la prima della Turandot di Puccini. Ma l’Oriente dov’è? Il progetto creativo del duo della prosa Gianni Forte e Stefano Ricci ha una sua linea ben definita, è curato fin nei minimi dettagli e dà gran risalto alla simbologia, alla psicanalisi e ai movimenti scenici dei personaggi e delle masse. Colore e movimento non mancano. Può piacere o non piacere, potrà forse non soddisfare i palati dei melomani tradizionalisti affezionati a regie classiche, comunque sempre più rare sui palcoscenici lirici di tutto il mondo, però l’idea c’è e c’è tanto lavoro. La ricerca della diversità non è più una novità perciò non stupisce e non disturba, ma le atmosfere orientali, la Turandot andata in scena ieri sera, le ha perse per strada e questa orchestra (che sembra congelata come la principessa) da sola non basta a rievocarle e ad emozionare, pur sotto la guida di un direttore d’orchestra del calibro di Pier Giorgio Morandi. La Turandot immaginata da Ricci e Forte vive negli anni Sessanta del Novecento, in un mondo asettico apparentemente ordinato e perfetto, e si tiene ben isolata dai sentimenti. Turandot, che non vuol finire come la sua ava vittima di violenza ed è decisa a vendicarla, ha paura del contagio dell’amore e se ne tiene a distanza.

 

 

Vive felice e giocosa nel suo finto guscio di plastica colorato, circondata da sudditi telecomandati e altrettanto colorati che si muovono per compiacerla. Turandot è la principessa di ghiaccio che cavalca un enorme orso polare, un po’ Moira degli elefanti, regina del circo dell’apparenza. È un fiore carnivoro che vive in una serra dorata e divora crudele tutti gli innocenti che hanno l’ardire di chiederla in moglie. Turandot ha fatto uccidere decine di pretendenti incapaci di risolvere i suoi tre enigmi, e il loro sangue imbratta quella serra e tutto il suo corpo, fin quando il principe ignoto, il coraggioso Calaf, risolvendo gli enigmi scioglierà quel ghiaccio e laverà via quel sangue, facendola innamorare. Turandot, la soprano svedese Irène Theorin, con un gesto dà inizio alla musica come fosse una festa, ma le note dell’attacco parlano di una tragedia. Le scene sono occupate da quattro mega-teche dentro cui si muovono anche i personaggi, illuminate da luci verdi, bianche o rosse nei momenti clou del dramma. Una teca contiene nel primo atto l’orso polare, un’altra è una serra piena di piante. Queste teche vengono mosse sul palco da infaticabili mimi-automi in tuta blu, che hanno un ruolo preponderante occupando la scena per tutta la durata dell’opera. Spostano le teche, spingono tavoli e carrelli, controllano e aggiustano i gesti dei sudditi, forniscono loro gli oggetti da tenere in mano, attivano o disattivano l’energia vitale dei personaggi, sedandoli o rianimandoli all’occorrenza. Turandot nel primo atto non canta, eppure è sempre presente in scena. Appare con un abito fucsia sgargiante dal corpetto incrostato di brillanti e lunghi guanti bianchi di seta, dirige le azioni, è il motore di ogni scena. La folla di Pechino è una schiera compatta di uomini e donne vestiti con abiti anni Sessanta di tutti i toni del verde, come sono verdi e rigogliose le piantine coltivate nelle serre. Le donne assomigliano a delle rassicuranti assistenti di volo, con i cappellini da hostess e i tailleur in tinta.

 

Tutti i cinesi hanno in dotazione una piantina e un calice, che gli uomini in tuta blu mettono o tolgono in base alle necessità. Timur, il vecchio padre cieco, e la giovane Liù innamorata di Calaf, sono vestiti da sposi. In realtà Timur non è vecchio né invecchiato, e sembra più giovane del tenore coreano Rudy Park, che nella sua carriera quasi decennale ha fatto del ruolo di Calaf uno dei suoi cavalli di battaglia. Mentre padre e figlio si ritrovano in gran segreto e il popolo attende l’esecuzione del principe di Persia che ha osato sfidare Turandot, entrano i bambini vestiti da collegiali, con giacche celesti e pantaloncini blu. Ammirano l’orso nella teca, e pure Timur e Liù, esposti dentro a una vetrina come statue. È l’immagine pura dell’innocenza, cantano un canto soave e delicato (ed è uno dei momenti più belli dell’opera), e la folla chiede la grazia per il piccolo principe, raffigurato non come un giovanotto aitante ma come un bambino, uguale gli altri, chiuso solo dentro una teca. Ma la spietata esecuzione dev’essere compiuta, tutti i bambini, ordinatamente, vengono bendati dalle guardie carnefici e fatti inginocchiare davanti al proscenio, mentre sullo sfondo sfila Turandot in sella all’orso, salutando il suo popolo con la mano come farebbe la regina Elisabetta. È un ingresso fatale per Calaf, che se ne innamora al primo sguardo. Ed è un ingresso fatale per gli innocenti, perché al cenno di Turandot le guardie sparano sui bimbi uccidendoli tutti, per poi sollevarli come pacchi, uno ad uno, e riporli in fila in una delle teche.

 

A contrastare la crudezza della scena, irrompono i ministri Ping Pong e Pang, che si presentano come scienziati pazzi in camice bianco intenti a curare e studiare le piantine della serra, scherzando come gli amici di Rodolfo nella soffitta parigina della Bohème. I tre ridono e deridono Calaf innamorato di Turandot, ma sono inquietanti. Neanche le parole di Timur e la confessione d’amore di Liù riescono a persuaderlo (la celebre romanza “Non piangere Liù”). Timur, Calaf e Liù, insieme a Ping, Pong, Pang e alle guardie, sono ormai gli anelli tragici di una catena umana in cui ognuno vuol tirare l’altro dalla sua parte. Calaf sta al centro, tra la vita e la morte, tra Liù e Turandot che guarda la scena nella sua veste sfavillante. Ora le teche si illuminano di una luce di ghiaccio al neon, le piante sono rinsecchite, i bambini morti mostrano sul viso maschere grottesche e tragiche. All’improvviso la catena umana è attraversata da una scossa elettrica e i personaggi come in preda a un delirio cadono a terra rotolando all’indietro, richiamati dalla massa verde delle voci misteriose e lontane che invoca la morte. Così si chiude il primo atto e il secondo si apre con Ping, Pong e Pang abbigliati da pagliacci intenti a truccarsi. Scherzano sul destino di Calaf, pronti a diventare ministri di nozze o di un funerale, e ricordano tutti quelli che Turandot ha già mandato a morte.

La scena infantile e comica, in contrasto con la tragicità del racconto (“I ministri siam del boia!”), è molto divertente e i tre cantanti sfoggiano ottime doti attoriali e interpretative, oltre che canore, quando armati di retino, ombrellino e martello di gommapiuma tentano di acchiappare le bolle di sapone, o cercano di domare invano tre finti cavallini bianchi scalpitanti. È giunto ormai il momento di Calaf, e l’imperatore Altoum padre di Turandot, in piedi su un tavolo accanto ad altri tavoli dove giacciono esanimi Timur e Liù, lo scongiura di rinunciare e di partire. Ma Calaf insiste, “io chiedo d’affrontar la prova” e Altoum, che viene vestito con una tuta azzurra, collega nella teca posizionata al centro del palco un grosso tubo da cui sgorgano litri di sangue. Una fila di tavoli conduce come una passerella all’ingresso della teca, e Calaf si avvia al suo destino. Compare Turandot avvolta in un abito giallo scintillante, racconta la storia tragica della principessa Lou-Ling (“In questa reggia”) e mette in guardia Calaf (“Gli enigmi sono tre, la morte è una”), che risponde spavaldo “Gli enigmi sono tre, una è la vita!”. In un’atmosfera asettica e sospesa, con le teche infiammate di luce rossa, procedendo verso la teca che contiene Turandot in sottoveste, ormai ricoperta del sangue versato dai suoi spasimanti, il principe ignoto risolve i tre enigmi: speranza, sangue e Turandot. La principessa completamente insanguinata esce dalla teca e resiste a Calaf, che non vuole prenderla con la forza ma per amore e le propone un solo enigma: se riuscirà a scoprire il suo nome prima dell’alba, morirà. Calaf sale sul carro (ops, sull’orso polare) del vincitore e attende l’arrivo del nuovo giorno.

 

Turandot, disfatta anche fisicamente, si toglie la parrucca scura col diadema e la getta fra i corpi nudi delle guardie, accatastati ai piedi dei tavoli. Il terzo atto si apre con Liù e Turandot, le due sposine insieme. La principessa in sottoveste coi suoi capelli biondi naturali, che tanto somiglia alla divina Katia Ricciarelli ma davvero poco a una cinese di cinquant’anni fa, pettina e liscia i capelli di Liù rimasta senza velo. Al centro della scena si aggirano dei personaggi in abito scuro con grandi teste rosse e orecchie alla Mickey Mouse, mentre tre di loro in assetto da arrampicata scalano l’interno di una serra. Conducono Turandot dentro la teca a sinistra, avvolgendola con una sciarpa argentata, mentre Liù viene sollevata come un manichino e portata via. È il momento del “Nessun dorma” (con applauso a scena aperta per Rudy Park), poi dell’ingresso di Ping, Pong e Pang, di donne e uomini avvolti in coperte arancioni catarifrangenti simili a quelle che avvolgono la vittima di un incidente stradale, che si posizionano accanto all’orso polare steso a terra, e di uomini-ragno che camminando all’indietro a quattro zampe portano attaccati al corpo mazzi di palloncini bianchi. Al grido “Voglio Turandot” i palloncini volano in cielo, vengono ricondotti e rianimati i manichini di Timur e Liù e Turandot riappare nell’abito giallo. La principessa vuole il nome di Calaf ma Liù, pronta a morire per custodire il segreto, brandisce una pistola rubata alle guardie minacciando tutti. Tra le due c’è solidarietà in nome dell’amore (“Sì… Principessa… Ascoltami! Tu che di gel sei cinta”), poi anziché uccidersi col pugnale come da libretto, Liù dà la pistola a Turandot che la uccide, ben sapendo che così non saprà mai quel nome. La “Principessa di morte, principessa di gelo” è già innamorata, e rende omaggio a Liù seguendo il corteo funebre con la testa coperta da un velo nero di pizzo e un paio di occhialoni neri da diva americana. Dopo altri tentativi di resistenza, Turandot cede ai baci insistenti di Calaf e le luci si fanno bianche candide. La principessa viene spogliata dei suoi vecchi abiti e resta con una tunica grigia, canta il duetto d’amore con Calaf, che alla fine le fa indossare un vecchio pastrano scuro e un paio di anfibi (“Sei mia! Mia!”) come una Cenerentola al contrario, e le rivela finalmente il suo nome. Nella scena finale di grande impatto emotivo, il popolo vestito di nero sullo sfondo punta delle piccole torce verso il pubblico e scopre alcuni cartelli che compongono una frase: Chi ha paura muore ogni giorno. I colori e la finzione non ci sono più, restano il coraggio e l’essenzialità dei sentimenti.

 

La soprano Irène Theorin offre nel complesso una buona prova vocale in un ruolo così difficile, senza sbavature né cedimenti, sebbene la sua dizione non sia perfetta (senza i sottotitoli difficilmente si sarebbero capite le parole). Il tenore Rudy Park ottiene consensi grazie a un volume stratosferico, ma emettere suoni e cantare sono due cose diverse. Seppur corretta, non sembra adatta per il ruolo di Liù la voce della soprano spagnola Davinia Rodriguez, che infatti ha molto cantato e canta Mozart e Rossini. Buona prova per il basso Alessandro Spina, un Timur misurato ma poco calato nella drammaticità del personaggio, mentre piuttosto sottotono è apparso l’imperatore Altoum del tenore Stefano Pisani. Un bravo triplo per i tre ministri Ping, Pong e Pang (Andrea Porta, Marcello Nardis e Gregory Bonfatti). Completano il cast il mandarino Nicola Ebau e il principe di Persia Andrea Cutrini, il Coro Lirico Marchigiano Vincenzo Bellini diretto da Carlo Morganti, la Fondazione Orchestra Regionale delle Marche condotta dalla bacchetta del maestro Pier Giorgio Morandi e il complesso di palcoscenico Banda Salvadei. Una menzione speciale per il delizioso Coro di voci bianche Pueri Cantores D. Zamberletti diretto da Gian Luca Paolucci. La regia dello spettacolo, coprodotto col Teatro nazionale Croato di Zagabria, è di Stefano Ricci, le scene e le luci sono di Nicolas Bovey, i costumi di Gianluca Sbicca, i movimenti scenici di Marta Bevilacqua. Repliche il 29 luglio (serata con audio-descrizione), 4 e 13 agosto. Intanto stasera alle 21 di nuovo Puccini, col debutto della Madama Butterfly.

(foto di scena di Alfredo Tabocchini)

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