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I pugliesi nel porto di Civitanova
A cena con l’assassino da Manomozza

L'INCHIESTA - Dalle strane "storie portuali" al ristorante di Salvatore Annacondia, diventato collaboratore di giustizia dopo aver confessato 72 omicidi, molti eseguiti personalmente, gli altri come mandante, a capo di una sanguinaria organizzazione criminale dedita principalmente al traffico di eroina che ha operato in Puglia
giovedì 23 marzo 2017 - Ore 19:04 - caricamento letture
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L’imbocco del molo sud del porto di Civitanova

L’avvocato Giuseppe Bommarito

 

 

di Giuseppe Bommarito *

Qualcuno sostiene allarmato che il porto mercantile di Civitanova sia sotto il controllo dei pugliesi, che spadroneggiano e fanno quello che vogliono. L’affermazione è probabilmente inesatta, anche perché non tiene conto della fierezza e della determinazione della marineria nostrana, sempre pronta a far valere le proprie prerogative. Tuttavia è innegabile che non poche, inesplicabili, facilitazioni siano state concesse negli ultimi anni ad elementi di provenienza foggiana e del nord barese macchiatisi nel passato di reati anche molto gravi, senza che gli interventi della Capitaneria di Porto abbiano sinora portato a significativi risultati.

Ad esempio, è inspiegabile il motivo per cui all’imbarcazione denominata “Il Gladiatore”, di tale Nunzio Zaffarano, e solo a quella, sia stato consentito di ormeggiare di fianco (e non di poppa o di prua) nella zona del molo sud che i civitanovesi chiamano “martello”, proprio davanti alla Capitaneria di Porto, e di avvalersi di utenze non ben identificate per l’acqua e l’energia elettrica. Nunzio Zaffarano, per chi non lo sapesse, è un pregiudicato originario di Vieste, noto alla cronaca locale ed alle forze dell’ordine per aver tentato anni addietro, proprio a Civitanova, di incendiare a colpi di bombe molotov un’auto ed un furgone nel quadro di un’estorsione ai danni di alcuni pescatori che si erano rifiutati di pagare il pizzo, condannato infine nel febbraio 2016 a sei anni di reclusione (tre anni per tale estorsione anche ai due figli Alessio e Roberto, invece assolti dall’accusa di tentato incendio, peraltro con qualche precedente per droga).

Poi c’è la storia “portuale”, altrettanto se non più inspiegabile, di Leonardo Annacondia, un sessantenne tranese già collaboratore di giustizia, condannato dalla corte di assise di Trani nel maxiprocesso Dolmen a 21 anni di reclusione per un omicidio risalente al 1990 e fratello del ben più noto Salvatore Annacondia, del quale diremo in seguito.
Questo Leonardo, nella persona della moglie Santa Marasciuolo, proprietaria dell’imbarcazione “Carmine”, aveva ottenuto nel 2011 dal Comune di Civitanova, così come altri sei imprenditori della piccola pesca, l’assegnazione sino al dicembre 2016 di un posto su una pedana in legno realizzata nella parte rialzata del molo sud, fornita anche di acqua ed energia elettrica, per la vendita del pescato catturato con l’imbarcazione individuata nella convenzione. Senonchè, qualche mese fa, lo stesso Comune mise la parola fine a tale esperimento, sul presupposto che l’intera pedana presentasse situazioni di degrado a livello igienico-sanitario e che in tali punti vendita, in parte nemmeno utilizzati, si vendesse materiale non pescato con l’imbarcazione oggetto di convenzione (delibera Giunta Comunale n. 383/2016).
A questo punto Leonardo Annacondia, senza autorizzazione alcuna, ha preso ad occupare quotidianamente uno spazio destinato ad alaggio, a circa cento metri dalla pedana ormai abbandonata e nei pressi della Capitaneria di Porto e del Mercato Ittico, e a vendere in bellavista pesce catturato tramite reti da posta con l’imbarcazione della moglie (che lui nemmeno potrebbe condurre, non avendo i titoli da comandante) e pesce a lui offerto da soggetti pescasportivi, fregandosene in buona sostanza di tutto e di tutti, e senza risolutivi interventi, almeno sino ad oggi, delle autorità preposte, che pure in altre situazioni si vantano di reprimere inflessibilmente le attività illegali in materia di pesca e di tutelare in tal modo anche i pescatori professionali che rispettano le norme nazionali e comunitarie.

Insomma, l’apparente inerzia delle autorità nei casi sopra descritti rimane un mistero, che si spera venga quanto prima dissolto dalle autorità competenti. Così come è un mistero, rimanendo sempre in un ambito contiguo a quello della pesca, la libertà che viene concessa all’altro Annacondia, Salvatore (detto Manomozza o, nel gergo locale, Monchetto, per via di una mano saltata in aria durante una ormai lontana battuta di pesca di frodo nell’azzurro mare di Trani), di servire nel proprio ristorante civitanovese specie ittiche non consentite, quali ad esempio i datteri di mare, che puntualmente vengono immortalate dai clienti con i telefonini cellulari e fatte girare in lungo ed in largo sui social network, con espressioni di sbigottimento in alcuni casi e di compiacimento in altri. Prassi anche in tal caso inspiegabile, che peraltro era in uso anche nella precedente location del ristorante di Manomozza (in realtà formalmente intestato ai figli) a Porto San Giorgio, da dove il tizio si è spostato un paio di anni fa per approdare a Civitanova, luogo in cui, come è noto, succede di tutto e di più. Succede, per esempio, che il ristorante venga frequentato, oltre che da qualche faccia poco raccomandabile, anche dalla ricca e magnacciona borghesia civitanovese e pure maceratese, da esponenti delle forze di polizia, nonché da numerosi personaggi delle istituzioni politiche ed amministrative di Civitanova, in qualche modo consapevoli del pregresso notevolissimo spessore criminale di Manomozza e forse proprio da ciò attirati, in una sorta di riedizione al naturale di quel gioco di società che si chiama “A cena con l’assassino” oppure “Cena con delitto”.

Sì, perché la cosa strana è che il nostro Manomozza non nasconde nulla del suo tremendo passato e, benchè dotato di un nuovo nome di copertura, si è quasi sempre presentato per chi egli realmente è, a volte, anzi, esibendolo fieramente questo curriculum criminale, magari dinanzi a qualche fornitore esasperato per dei ritardi nei pagamenti che non trovavano soluzione.
A questo punto si impone qualche breve cenno sul personaggio, nella consapevolezza peraltro di non rivelare nulla di nuovo o di segreto, perché in realtà, data la sinistra notorietà del soggetto, basta andare su internet e leggere tutto quanto c’è da sapere. Salvatore Annacondia, prima di divenire collaboratore di giustizia, è stato infatti per un quindicennio, a cavallo degli anni ottanta e novanta, il capo indiscusso di una sanguinaria organizzazione criminale dedita principalmente al traffico di eroina che ha operato in Puglia, soprattutto nel nord barese, guadagnando decine e decine di miliardi delle vecchie lire soprattutto con la droga, ma anche con il contrabbando, con gli appalti pilotati, con l’usura, con il traffico delle armi. Legato a personaggi molto “pesanti” di Cosa Nostra (a cui era affiliato) e della ‘ndrangheta, prima di divenire collaboratore di giustizia ha lasciato dietro di sé una scia di sangue terrificante: alla fine giungerà a confessare ben 72 omicidi, molti eseguiti personalmente, gli altri come mandante, senza contare, per la parte che gli compete, le migliaia di giovani tragicamente morti in quegli anni per overdose da eroina, che allora uccideva senza pietà e quasi senza scampo. 

Insomma, una personcina veramente a modo, tra i primi a comprendere l’importanza decisiva dell’eroina nell’economia criminale (“Non si può controllare il territorio se non si controlla il mercato dell’eroina”), che alla fine, grazie alle sue confessioni (a vasto raggio e in verità molto preziose, visto che nella sua carriera criminale Salvatore Annacondia aveva operato a livello nazionale ed aveva avuto modo di conoscere, sul territorio o nei periodi passati in carcere, i principali capi della criminalità organizzata dell’epoca, nonché uomini politici collusi ed anche taluni magistrati disponibili a sistemare i processi), inguaiò centinaia di suoi ex sodali e complici, poi seppelliti in carcere a seguito di ergastoli o di pene di lunga durata.

Tanto importante è stato il contributo da lui reso alle indagini sulla criminalità organizzata che venne personalmente sentito in una interminabile audizione nel luglio 1993 dalla Commissione Parlamentare Antimafia, all’epoca presieduta da Luciano Violante (ove sedeva anche il senatore Massimo Brutti, maceratese acquisito). Così come, per venire ad anni più recenti, Salvatore Annacondia è stato sentito nel giugno 2015 quale testimone nel processo palermitano sulla trattativa Stato-mafia per i contatti che ebbe con tutti i principali capi di Cosa Nostra nei primi periodi di reclusione, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, quando le bombe della mafia contro il 41-bis scoppiavano in varie parti d’Italia e seminavano la morte ed il terrore.
Manomozza, comunque, alla fine del giro, grazie agli innumerevoli e spesso spropositati benefici concessi ai cosiddetti “pentiti”, dotato di nomi nuovi per sé e per i suoi familiari e con il soggiorno a spese dello Stato in una località ufficialmente segreta, se l’è cavata di fatto solo con qualche anno di carcere, scontando il resto della pena a cui era stato condannato con lunghi e abbastanza comodi periodi di detenzione domiciliare, inframezzati dalle tante testimonianze rese in giro per l’Italia nei numerosi processi allestiti a seguito delle sue rivelazioni.

Ed oggi che gestisce a modo suo un ristorante ove, a quanto pare, si mangia pure bene, il problema non sono i datteri di mare e qualche altro tipo di pesce pescato di frodo e servito illegalmente, che talvolta, a quanto se ne sa, hanno pure dato vita a qualche sanzione amministrativa. No, il problema vero è costituito dal motivo per cui questo signore, che avrebbe tutte le ragioni per rimanere nell’anonimato garantito dal suo nuovo nome, sbandiera invece, anche su internet, la sua vera identità e sembra quasi che implicitamente se ne faccia un vanto.
Il ristorante, comunque, sia detto qui per inciso, è una vecchia passione di Manomozza, che, d’altra parte, bisogna pure riconoscerlo, in questo settore di attività ci sa veramente fare, riuscendo a coglierne le potenzialità in tutti i sensi. Infatti, quando era ancora un criminale a piede libero, a Trani, sua città natale, gestiva, come lui stesso ha raccontato a Luciano Violante, il prestigioso ristorante denominato I Templari , “… frequentato dai più grossi circoli che esistevano nella vera bella vita. Qui iniziano le amicizie, perché l’assessore, il sindaco, l’onorevole, il ministro, e via di seguito, conosce la persona nel posto… e iniziano questi agganci, queste amicizie… queste cose, i favori, che poi vengono ricambiati in un altro modo… Il ristorante era avere tutti i collegamenti e tutti gli agganci senza essere inquisito… era il luogo ideale per potersi incontrare”.

Comunque, tornando all’interrogativo sopra esposto, perché Salvatore Annacondia non ha paura delle possibili vendette delle persone che ha spedito in carcere, alcune delle quali hanno finito di scontare la loro pena, e comunque dei loro familiari? Eppure c’è da avere paura della malavita pugliese, che è “… abbastanza pericolosa e molto più avanzata delle altre perché ha assorbito tutte le mentalità, sia della mafia siciliana sia della ‘ndrangheta calabrese, sia infine della camorra campana” (parole dello stesso Annacondia in audizione, il 30 luglio 1993, dinanzi alla Commissione Antimafia). Eppure quella stessa malavita pugliese, che è sempre stata particolarmente violenta, anche recentemente ha dimostrato di avere la memoria lunga e di ricordarsi, e pure bene, di personaggi legati alla criminalità dell’epoca di Salvatore Annacondia (si pensi all’omicidio di Giosuè Rizzi, uno dei primi grandi capi della criminalità foggiana, amico dello stesso Manomozza, assassinato da mano ignota nel gennaio 2012 dopo decenni passati in carcere).
Né si può pensare che la malavita pugliese, foggiana in particolare, non operi frequentemente dalle nostre parti, come dimostrato dai recenti arresti, parliamo del mese di gennaio di quest’anno, di ben otto delinquenti di Foggia e dintorni, specializzati in grossi furti in aziende del maceratese e dell’anconetano. Ciò nonostante Manomozza sembra godere indisturbato del rispetto sia dei numerosi collaboratori di giustizia che di criminali ancora in attività. Ed è allora inevitabile chiedersi quali siano i motivi di una siffatta tranquillità.
Insomma, tante domande vengono oggettivamente poste dall’ingombrante presenza in loco di Salvatore Annacondia, che va ad aggiungersi alle numerose pericolosissime teste di ponte della ‘ndrangheta nel territorio civitanovese e ai tanti capi camorristi che vengono dalle nostre parti in fase di latitanza o per sfuggire a qualche vendetta di clan rivali. Un intreccio sempre più inquietante, un elemento ulteriore di preoccupazione in una regione in cui si attende da tempo una visita della Commissione Parlamentare Antimafia e dove la presenza della malavita organizzata è in qualche modo sottovalutata anche dalle forze dell’ordine (tanto che nelle Marche, benchè ormai invase dalla mala pianta che sale dal sud, a differenza di altre regioni, non esistono né centri né sezioni operative della DIA, organismo investigativo interforze con compiti di contrasto alla criminalità organizzata di tipo mafioso, costituito da Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza), con la Direzione Distrettuale Antimafia, ove da tempo giacciono tranquilli fascicoli molto delicati e molti importanti (come ebbe a denunziare nella scorsa estate l’ex Procuratore Generale Vincenzo Macrì), che per oltre un anno negli ultimi tempi è stata squassata da una lotta al vertice che probabilmente ha portato ad una stasi dell’attività inquirente.

* Giuseppe Bommarito, avvocato e presidente dell’Associazione “Con Nicola (morto per overdose da eroina), oltre il deserto di indifferenza”

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