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Una casa di freddo e fiabe:
“Ci sentiamo abbandonati,
qui non si è visto nessuno”

STORIE DAL SISMA- Lucia Paoletti ha 26 anni, con suo marito e la figlia di 2 anni vivono in un camper a Pievebovigliana (oggi Valfornace) dal primo dicembre. In questi giorni dormono con 5 coperte per ripararsi dal gelo. I nonni della ragazza stanno a Fiordimonte in un container con un bagno minuscolo e senza cucina. "Quando la mia bambina mi chiede della nostra abitazione le dico che deve avere pazienza. Avere risposte è come fare sei al Superenalotto"
domenica 8 gennaio 2017 - Ore 15:54 - caricamento letture
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Lucia Paoletti con la piccola Giorgia

 

di Gianluca Ginella

C’era una volta una casa sotto i monti Sibillini, in un paese antico dove tanti venivano da Roma a trascorrere i giorni d’estate. Magari Lucia Paoletti, qualche sera, racconta una fiaba a sua figlia Giorgia, 2 anni, che parla di quella casa e tiene al caldo la piccola, sotto 5 o sei coperte, nel lettino del camper dove vivono dal primo di dicembre, riscaldato al meglio che si può da una bombola a gas che pagano 28 euro e dura 2 o 3 giorni. Magari la sera, prima di dormire, la bambina e i suoi genitori guardano fuori, nel buio senza più luci, nella notte di Pievebovigliana, freddissima in questi giorni con la temperatura che scende anche a meno dieci gradi. E magari è per via di quel buio, di quel freddo, di quel silenzio, e delle parole che qualcuno aveva detto tempo fa e sono rimaste parole che a Lucia viene da dire che «Ci sentiamo abbandonati, qua non si è visto nessuno a parte vigili del fuoco e Croce rossa». Lucia, 26 anni, vive con la figlia e il marito, Teodoro Elisei, a Pievebovigliana (oggi Valfornace). Dal 26 ottobre «fino al primo dicembre abbiamo vissuto in auto, poi l’ispettorato agrario ci ha mandato un camper, che è abbastanza nuovo ma resta un camper e con le temperature che ci sono adesso non è l’ideale» racconta. Lei e il marito hanno una azienda agricola nel piccolo comune e una pizzeria a Tolentino.

Teodoro Elisei gioca con la figlia in mezzo alla neve

«Io cerco di sorridere per non fare vedere a mia figlia quanto sia grave la situazione. Tutto mi sarei aspettata tranne che fare questa fine, di dover far dormire mia figlia in auto, in camper e non saperle dare risposte quando mi chiede perché non dormiamo in casa. A volte non so cosa risponderle, altre le dico che deve avere pazienza che la rifacciamo nuova». Anche la sua azienda agricola ha difficoltà: «abbiamo pecore, maiali e qualche vitello. Un po’ più di cento capi. Stavano dentro al capannone che è stato danneggiato, li abbiamo portati via, in tempo in tempo, perché abbiamo visto che il tetto stava cedendo – continua Lucia –. Però adesso stanno in mezzo alla neve. C’è il rischio che si ammalino e che muoiano. La settimana dopo il terremoto ci avevano detto che venivano mandate le tensostrutture, ma ancora non si sono viste. Hanno detto che devono farlo, ma avere risposte è come fare il sei al Superenalotto. Noi e le famiglie che vivono qui intorno abbiamo capito che possiamo solo arrangiarci da soli. Il primo mese è arrivato qualche aiuto, dopo tutto si è fermato». Anche i suoi nonni sono rimasti senza casa, loro vivono a Fiordimonte. La nonna, Adorna Ferranti, ieri ha compiuto 79 anni, ed è costretta su di una carrozzina, il nonno, Luigi Paoletti, ha 82 anni. Vivono, dopo il terremoto, in un container che però «non è abitativo. Nel 1997 c’erano le Poste. Loro stanno lì dal 26 ottobre. Non c’è il riscaldamento e usano una stufetta. Il bagno è solo un piccolo lavandino e il water. La cucina non c’è – spiega Lucia –.  Poi la casetta di legno che manderà la protezione civile abbiamo dovuto rifiutarla perché non è per una persona invalida, perché è troppo piccola. Mia nonna ha sempre bisogno di un aiuto e cerchiamo di starle accanto noi nipoti e le figlie.

Adorna Ferranti e Luigi Paoletti si scaldano all’interno del container

Abbiamo trovato un appartamentino dove forse riusciamo ad entrare. Lo abbiamo fermato con la speranza che finiscano le scosse, altrimenti i miei nonni non vogliono andare in una casa perché hanno paura. Anche se a vivere nel container non ce la fanno più». La storia della famiglia di Lucia è probabilmente solo una delle tante, simili. Chi ha potuto si è comprato delle casette di legno, «ma bisogna avere la possibilità di pagarle anticipatamente. E non tutti possono permetterselo».  Lucia quando la sera va a dormire cerca di non pensare, «tento di rimanere con il sorriso, per la bambina. Io vorrei che si muovesse qualcosa. Per primo perché non si possono tenere gli animali al freddo, rischiando che muoiano. E poi qualcosa per noi. Il freddo è arrivato, le scosse continuano. Credo che una casetta di legno sarebbe ideale, viste le temperature. Io ero piccola nel 1997, sono stata dentro al container. Ci stai, ma non è vita». E così resta l’attesa, che è più lunga se fa freddo e se non si ha una casa. E resta la speranza di gesti concreti, che non siano solo fiabe.

 

Il container a Fiordimonte

Pecore al freddo

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