facebook twitter rss

Le Sibille son tornate
nei paesi scossi dal sisma

I NOSTRI TESORI - Dove vivevano mistici e negromanti, dove dominavano castelli e abbazie, oggi c’è chi si rimbocca le maniche e ritorna al duro lavoro per evitare la desertificazione e l’abbandono. Gli esempi di Linda Cappa e Silvia Fronzi
domenica 20 novembre 2016 - Ore 18:20 - caricamento letture
Print Friendly, PDF & Email

 

Terza puntata del viaggio di Cronache Maceratesi alla scoperta della ricchezza dei Sibillini attraverso i racconti di Ugo Bellesi e la proposta dell’esenzione dalle tasse per almeno un anno (leggi l’articolo)

***

Ugo Bellesi

Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

Ha sorpreso i sismologi più esperti la profonda fenditura apertasi sui fianchi del Vettore. Non ha trovato ancora una spiegazione convincente l’affiorare dell’acqua per le strade di Castelsantangelo. Né si conoscono le cause della massa d’acqua in continua crescita nell’alveo del fiume Nera. E tante altre anomalie (come lo sprofondamento di 70 centimetri dei piani di Castelluccio, i vulcanelli nel Fermano o la mancanza di acqua in quota come segnalato dagli allevatori) provocate dagli ultimi eventi sismici sembrano inspiegabili. Ma perché meravigliarsi se i Sibillini, fin dai tempi dei romani e più ancora nel Medioevo, erano considerati il regno dei negromanti, della magia, di eventi misteriosi e delle leggende più strane?
La stessa grotta della Sibilla (proprio sotto la cima del monte Sibilla), che ha dato il nome a questa parte della catena appenninica, è stata la fonte di mille storie (sembra che i riti magici siano iniziati nel 3.000 a.C.) e di altrettante leggende. Basterà ricordare due opere letterarie come “Guerin Meschino” scritta da Andrea da Barberino nel 1473 e “Il paradiso della regina Sibilla” di Antoine de la Sale (scritta tra il 1436 e il 1447) che ebbero un grandissimo successo. Per non parlare dell’opera romantica “Tannhauser” di Richard Wagner (libretto scritto tra il 1842 e il 1843) in cui il protagonista vive nella “Grotta di Venere” (alias grotta della Sibilla) per un anno ammaliato da una dea incantatrice.

Monte Sibilla

Il Monte Sibilla nel bellissimo scatto di Nicola Pezzotta

Perché non ricordare che a Pretare d’Arquata c’è la bella leggenda delle fate bellissime, legate con un sortilegio alla Sibilla, le quali nelle notti di luna piena danzano rappresentando ognuna il fuoco, l’acqua, la neve o i fiori con bellissime vesti sgargianti? Leggenda che viene rievocata con una bella manifestazione, in cui però la grotta della Sibilla è chiamata “Grotta delle fate”. E ci sono anche la fonte delle fate, i sentieri e le strade delle fate. Erano fate buone che scendevano a valle per insegnare alle ragazze l’arte della tessitura e ai giovani il saltarello.
Ma nella stessa Arquata, nella chiesa di S.Francesco, si conserva (ora però è stata messa al sicuro in altro sito) la “Sindone” che riproduce, per contatto diretto, la Sacra Sindone che si trova nel duomo di Torino. E ciò a conferma della religiosità della gente, suscitata da anacoreti che sceglievano le falde di questi monti per vivere tra persone pacifiche, immersi nella natura e più a contatto con Dio. Ed è per questo che ogni paese ha una bella chiesa con affreschi e opere d’arte mentre nei luoghi più isolati e suggestivi si incontrano santuari come la Madonna dell’Ambro, meta di grandi pellegrinaggi. Come tanti pellegrinaggi erano diretti a Norcia (per S.Benedetto) e a Cascia (per S.Rita). Mentre l’Abbadia di Fiastra con i cistercensi era soprattutto luogo di culto, di preghiera e di lavoro. Da non dimenticare a Preci l’abbazia benedettina di S.Eutizio con la sua scuola di chirurgia empirica (dal 1200 al XVI secolo).
La religiosità di queste popolazioni a cavallo tra Marche e Umbria risale comunque molto più indietro nel tempo rispetto all’affermarsi del cristianesimo. Ne sono prova le Tavole Eugubine in cui sono descritti i riti pagani umbri e italici. Scritte tra il III e il II secolo a.C. le Tavole riportano cerimonie sacre praticate fin dal mille a.C. E ricordiamo ancora il ruolo svolto dai farfensi che, guidati dall’abate Pietro I, dopo la distruzione da parte dei saraceni dell’antica abbazia carolingia in Sabina nell’897, si trasferirono a S.Vittoria in Matenano dove crearono un nuovo monastero che presto divenne importantissimo raggiungendo il massimo splendore dal 1.100 al XIII secolo con possedimenti sparsi da Ancona ad Ascoli. Ma fu distrutto dai terremoti nel 1703 e nel 1771.

La faglia sul Vettore

La faglia sul Vettore

Laicità e religiosità si fondono spesso nelle leggende. Ad esempio chi può dimenticare la leggenda del lago di Pilato (dove fu precipitato appunto Pilato per essersi lavato le mani facendo condannare Gesù) che è anche noto come “Lago della Sibilla”? Altre leggende sono legate alla suggestiva gola dell’Infernaccio, al pizzo del Diavolo, alla Valle Scura, alla grotta del Diavolo. Mentre il monte Macera della Morte (nel parco dei monti della Laga) ricorda una strage di soldati (forse in battaglia o per una tempesta di neve) al tempo delle guerre annibaliche. Ma non ci sono solo nomi così macabri e vanno ricordati ad esempio la cima del Redentore (per raggiungere il lago di Pilato) e Poggio S.Romualdo nel Fabrianese. Storia e leggende si intrecciano a doppio filo alle falde dei monti Sibillini dove tra il ‘300 e il ‘600 intellettuali italiani e stranieri, ma anche negromanti e ciarlatani, si avventurarono su queste montagne lasciando i cavalli a Norcia o a Montemonaco per poi proseguire a dorso di mulo. Ma non trovarono mai la maga Sibilla, anche se raggiunsero la grotta oggi crollata.
E cosa incontrarono?
Secondo Joyce Lussu, studiosa e storica delle tradizioni che visse a lungo nelle Marche, essi trovarono tante persone ospitali e laboriose. Si tratta “di contadini, allevatori, boscaioli, artigiani, tessitrici, erbaiole – scrive la Lussu nel capitolo “Tra comunità e comunanze all’ombra della Sibilla” in “Proposte e ricerche” n. 20 del 1988 – che vivono una vita normalissima ma molto diversa da quella che si vive nel resto del territorio. Questo diverso modello di esistenza e i valori che ne emergono stimolano la curiosità e l’interesse di contestatori e spiriti liberi”. Si tratta di un modello di vita che si pratica nelle “comunanze” che hanno la proprietà collettiva in cui non c’è il padre padrone, né il guerriero, né il re e la regina.

Linda Cappa

Linda Cappa

E anche le leggende seguono questo filone. Iniziano con una tavolata conviviale in coincidenza con i grandi lavori agricoli alla quale sono tutti presenti, comprese donne e bambini, adulti e vecchi. E tutti prendono la parola ma la più autorevole è “la vecchia che raccoglie le erbe”. Si parla spesso della ricerca di un tesoro ideale che non viene mai raggiunto. “Le figure femminili – spiega sempre Joyce Lussu – corrispondono a ‘quelle che sanno’, che conoscono il passato, il presente e il futuro, che indicano la via verso il tesoro e incoraggiano a superare gli ostacoli per raggiungerlo”. Il significato è che nell’antica civiltà appenninica vigeva il matriarcato e le donne erano come tante Sibille: non predicevano il futuro ma conoscevano le erbe, tutelavano il patrimonio culturale collettivo, distribuivano le scorte, indicavano le tecniche dell’allevamento e quelle sanitarie ma impartivano anche le regole morali.
Non meravigliamoci quindi più se oggi le donne vincono i concorsi più degli uomini, se in tutte le professioni primeggiano le donne (dalla medicina alla magistratura, dall’insegnamento all’avvocatura e via elencando). Non meravigliamoci allora se a Ussita Linda Cappa a 19 anni è la prima ad alzarsi alle 5 per preparare lo zabaione per tutti i terremotati. Con la casa crollata a Vallestretta dopo il terremoto non aveva neppure la cinta per tener su i pantaloni.

Silvia Fronzi con lo staff del Vecchio Mulino

Silvia Fronzi con lo staff del Vecchio Mulino

Non meravigliamoci se Silvia Fronzi, anziché abbandonare tutto dopo la distruzione della sua casa a Vari, ha riaperto il ristorante “Il vecchio molino” che è diventato punto di riferimento per tutta la zona. Pochi i primi clienti: cioè gli ultimi residenti rimasti a Pieve Torina ”che naturalmente non pagano”, poi sono arrivati i vigili del fuoco con cui ha stipulato una convenzione. Silvia lavora 16 ore al giorno, va a dormire da una conoscente a Potenza Picena, e all’alba riparte per Pieve Torina. Ha avuto aiuti da molte parti e spiega: “Gli sfollati non pagano e chi vuole rifornirsi di olio, sale, pasta o pomodori può prendere quello di cui ha bisogno. Mi hanno mandato anche vestiti da distribuire e io lo faccio volentieri”.
E’ chiaro il significato di tutto questo: le Sibille sono tornate…
Ma non possiamo lasciarle sole. Sta a tutti noi rimboccarci le maniche e riportare lassù il turismo, il lavoro e il commercio ma anche lo Stato deve fare la sua parte esentando dalle tasse e creando la “zona franca”.

Il popolo dei Sibillini, orgoglioso del proprio passato, non deve chiedere l’elemosina

 

Linda, “la numero uno di Ussita”: senza casa, aiuta i soccorritori E il suo zabaglione è irrinunciabile

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page

Pubblicità elettorale




Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons
X