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L’avventurosa storia di Tullio Moneta,
il mercenario

Un Indiana Jones maceratese che ha scelto il Sudafrica come propria dimora con vicino di casa Nelson Mandela. Ha fatto la guerra in Congo e poi anche l'attore. La sua biografia presentata domenica 30 marzo alla "Bottega del libro" di Macerata
venerdì 28 marzo 2014 - Ore 17:20 - caricamento letture
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tullio moneta 2

In posa da attore

Tullio Moneta in posa da attore

di Maurizio Verdenelli

Lo sguardo è triste, circospetto nonostante il fisico possente, l’estrema abilità con le armi (lui è capace di montare e smontare un mitra in 20 secondi). “Mi guardano, poi abbassano gli occhi, mi dispiace. Ho l’impressione di essere volutamente emarginato dalla mia città. Eppure Nelson Mandela, quando mi incontrava vicino casa a Johannesburg, mi sorrideva tutte le volte: “Salve, come stai?”. Ed io, pronto: “Bene, signor Presidente, e lei?”. Poi Mandiba, un uomo alto e forte, scortato dai suoi uomini, andava a fare il bagno nella piscina del Country House del club di cui eravamo soci noi tutti che abitavamo nelle ville dell’elegante quartiere di Lower Houghton della capitale economica del Sud Africa”. 


Cerco di tirar su il morale al gigante con una battuta: “Non tutti i maceratesi, vede, ce l’hanno su con lei perché anche il grande Mandela lo era, maceratese, anche se ‘onorario’. Nella primavera dell’86 aveva avuto, mentre era ancora in carcere, la cittadinanza da parte consiglio comunale di Macerata (delibera del 14 marzo). Insieme con lui divenne ‘maceratese ad honorem’ anche il vescovo anglicano Tutu, campione anch’egli dell’anti-apartheid…”

“ Mons. Tutu…lo considero superiore a Mandela, anche perché non sono mai stato un uomo di sinistra. Anzi a veder bene non sono neppure più italiano, non solo maceratese o marchigiano. Sono nato 77 anni fa a Rijeka, nell’ex Jugoslavia, madre umbra, ed ho passaporto sudafricano. A Johannesburg spero di tornare appena mi riprendo da questa mia  ferita all’inguine: sono stato a Parigi prima di tornare qui a Macerata per vedere se riesco a guarire”.

tullio monetaLui è Tullio Moneta, l’Indiana Jones che ama Shaskepeare, Joyce, Keats, il gigante dall’aria malinconica che ascolta Debussy e Wagner. Il suo sguardo interroga come il cacciatore la foresta e s’illumina solo quando ricorda il nome di battaglia della sua ‘guerra africana’, Chifambausiku, che in lingua zulu vuol dire: “Colui che si avvicina di notte”. “Amo la guerriglia” sorride lievemente Tullio che lasciò su due piedi un lavoro dalla ricca retribuzione per arruolarsi nel Quinto Commando che lottò tra il 1964 e il 1966 in Congo. Non ‘contractors’, non mercenari ma un corpo speciale inquadrato nell’Armee Nationale Congolaise. Militari con il senso dell’onore, non protagonisti di violenze e saccheggi. “Ci trovavamo di fronte ad eccidi ed ogni tipo d’orrore commessi contro donne, vecchi e bambini da parte dei Simba, i seguaci marxisti di Patrice Lumumba. Un giorno ci trovammo di fronte a suore missionarie, violentate dai Simba (tutte erano in stato interessante!) ma vive. A salvarle era stato la loro conoscenza con la medicina e la pratica infermieristica. Non si salvarono, come purtroppo noto, i caschi blu dell’Onu, trucidati e poi …mangiati. Cervello e cuore dai capi, ché questi pensavano di acquisire ritualmente la forza di quelle povere vittime: il resto venduto negli spacci locali. Fu fermato un congolese con un macabro reperto portato con disinvoltura sotto il braccio. L’uomo si giustificò, protestando anche perché asseriva d’averlo pagato regolarmente al mercato!”.

Giorgio Pagnanelli

Giorgio Pagnanelli

Un altro maceratese avrebbe calcato, per primo, quei territori insanguinati di Kindu, il teatro congolese della strage degli italiani: il compianto dottor Giorgio Pagnanelli, che sarebbe poi stato direttore generale della sede Onu in Italia e poi il primo presidente della Fondazione Carima. “Scesi solo io –mi raccontò un giorno, Pagnanelli- dall’elicottero. I rivoltosi mi puntarono subito la pistola alla tempia. Con tutto il sangue freddo in corpo li…minacciai: ‘Se mi uccidete arriveranno aerei da ogni parte e per voi sarà finita…’Non era assolutamente vero, ci credettero però e riuscii a portare a termine la mia missione salvando altre vite umane”. Fino a quando visse, Giorgio Pagnanelli fu l’ospite d’onore della cerimonia che annualmente si celebra all’areoporto di Livorno nel ricordo delle vittime di Kindu”.

tullio moneta mercenarioLa storia di Tullio Moneta è invece ora in un libro che domenica (ore 17.30) verrà presentato a La Bottega del Libro, in corso della Repubblica, a Macerata. Presenti chi scrive e Giorgio Rapanelli che con Ippolito Edmondo Ferrario l’ha scritto per ‘Lo Scarabeo Editrice Milano’. Il titolo: Mercenario. Dal Congo alla Seychelles. La vera storia di ‘Chifambausikos’ Tullio Moneta.

Tre mesi, tutti i giorni insieme, Giorgio e Tullio. E’ venuto fuori un libro che il sospettosissimo ‘mercenario’ Moneta (un destino nel nome) ha ritenuto veridico, corrispondente ai suoi racconti. Una vita da film, ma a puntate. Già perché non finisce con il Congo, come dice il titolo, per il Signore della Guerra che nel frattempo ha fatto anche l’attore (“I cinematografari sono tuttavia infidi, non come i militari”) oltre che prendere parte al fallito colpo alla Seychelles per far fuori l’illegittimo governo del marxista (e dai!) Albert Renè. Il mancato putsch dell’81 (cinque anni prima dlela cittadinanza maceratese a Mandela!) ha ispirato un film famoso “I quattro dell’Oca selvaggia” con attori del calibro di Richard Burton, Roger Moore e Richard Harris. Il quinto, come quello dei Beatles: fu proprio lui. Tullio Moneta da Macerata, anzi il maggiore Moneta del Commando Congolese. Che ha fatto da consulente al film insieme al suo comandante di sempre, il mitico colonnello Mike Hoare. Che di lui disse: “Lo ricordo come un eccezionale soldato e un grande comandante di uomini”. Dalla forza straordinaria, Moneta, da impaurire il violento sergente Dreyer che disprezzava i soldati italiani del Quinto Commando: “Adesso o chiedi scusa o ti gonfio”.

AB-6.da.sinistra...Ciccocelli.Perissinotto.Nebiolo.e.Moneta.italiani.del.5.Commando.a.Baraka.lago.Tanganika.foto.di.p.Palmiro.Cima.missionario

Il 5° commando sul lago Tanganica

E l’altro chiedeva scusa. Un po’, come quando da ragazzo, Tullio, (atleta, musicista) affrontava i coetanei civitanovesi sulla spiaggia: “Volete prenderle da me, le botte, singolarmente oppure tutti insieme?”. E tutti scappavano. “Stavamo a Macerata sempre a dire: bisogna lasciare questa città. Vivere la vita a Milano, dovunque purché fuori da qui…”. Il più convinto del giro dei giovani leoni era Gerardo Flamini. “Tuttavia –ricorda Moneta- quando gli telefonai da Milano perché mi raggiungesse in quanto c’era lavoro anche per lui, Gerardo era in spiaggia con la sua ultima fiamma…’Ma proprio adesso che sto davanti al mare, in sdraia con lei…magari dopo l’estate”. Flamini, dipendente postale, ha vissuto tutta la vita a Macerata. Eccetto ora: dopo tre mesi a Panama e due rapine subite, una in spiaggia, l’amico di sempre è volato nelle Filippine: un percorso inverso, da settantenni, di un programma di vita comune nutrito da ragazzi. “Ma torno presto in Sud Africa, quella è la mia vera casa non Macerata, qui nulla è cambiato!” giura a se stesso il Signore della Guerra nella ‘palude’ marchigiana. “Le armi (mercenarie) sono disunite, ambiziose, senza disciplina e infedeli” scriveva ser Macchiavelli, ma il mercenario ‘fedelissimo’ non sapeva ancora che niente di peggio assomiglia in realtà all’amarezza del ritorno nella classica provincia italiana: una lama a tradimento che ti trapassa l’anima, dopo tante battaglie nel resto del pianeta. 

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