Pacifico Fioranelli e il paziente lavoro del carbonaio

GAGLIOLE

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di Monia Orazi

Agosto tempo di ferie, ma non per tutti. Ai Prati di Gagliole, non lontano da Acquosi è in piena attività Pacifico Fioranelli. Il suo lavoro ha attraversato indenne secoli ed inverni, ma nell’era contemporanea rischia di scomparire. L’uomo che tutti chiamano Pacì è specializzato nell’ottenere il carbone dalla cosiddetta “cotta”, con legna naturale che arde per alcuni giorni. Un tempo, specie nelle campagne, si era soliti integrare il magro reddito dei mezzadri agricoli, con la produzione di carbone da legna (di solito la quercia, la rovella, il cerro, il leccio ed il corbezzolo, secondo la tradizione). I giovani salivano in alto nei boschi per restarci qualche mese. Il carbone era indispensabile nel ciclo economico naturale, prima dell’arrivo dei combustibili fossili alla portata di tutti. Da aprile a giugno era un fervore di lavori, per ottenere il prezioso combustibile, che alla fine era riposto in sacchi di juta.

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Tutto era preceduto da un meticoloso lavoro di taglio del bosco, il “tagliare la macchia” iniziava ad ottobre, per proseguire per qualche mese. In primavera si dava inizio alla produzione vera e propria. La prima fase è data dalla scelta della piazzola per fare la carbonaia, con un terreno che deve essere totalmente piatto. Il carbonaio inizia poi un complesso lavoro di costruzione con pezzi di legno alti tra 40 e sessanta centimetri, a partire da un palo centrale di una sorta di capanna semiconica, che finisce con una cupola. Strato dopo strato, la costruzione cresce sia nel senso circolare che verticale. E’ un lavoro cruciale per ottenere il risultato finale di avere carbone combustibile. Il cono finale viene rivestito con fascine, ricoperto con uno strato di foglie secche e poi rivestito di terriccio. Il carbonaio lascia nel cono un pertugio, ottenuto sfilando il palo centrale, per poter entrare con alcuni pezzi di legno incadescente, e dare fuoco alla “cotta”, nella costruzione complessiva sono ricavati dei fori per permettere l’accesso dell’aria. Iniziano ora due giorni di sorveglianza continua, in cui si controlla attentamente la cottura del carbone, vigilando in modo che il fuoco arda in modo omogeneo, facendo entrare se necessario ossigeno.

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Quando il fumo smette di uscire la legna è “cotta”, da qui l’origine della denominazione di questo procedimento. A questo punto Pacì inizia il suo delicato lavoro di ripulitura, si inizia a togliere lo strato esterno della cotta, ricoperto poi con terra, in modo da facilitare lo spegnimento del carbone. Quando ancora non è l’alba, con l’aiuto di un rastrello il carbonaio toglie definitivamente il carbone, separandolo dalla terra. Il buio permette di vedere se ci sono tizzoni accesi e all’occorrenza spegnerli subito. Si mette tutto nei sacchi ed il carbone è pronto per essere trasportato ed acquistato. In tempi di crisi energetica, per l’alto costo dei combustibili fossili ed in un’ottica di sfruttamento sostenibile dei boschi cedui, il lavoro di Pacifico Fioranelli rappresenta uno spunto positivo, come una possibile risorsa economica per le aziende agricole locali.

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