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La Bohème psichedelica di Muscato
diverte lo Sferisterio

LA RECENSIONE - Esordio positivo anche per la seconda opera in cartellone al MOF, grazie anche a un cast in ottima forma fisica e vocale
domenica 22 luglio 2012 - Ore 14:35 - caricamento letture
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di Maria Stefania Gelsomini

(foto di scena di Alfredo Tabocchini)

Dopo la prima di Traviata, si cambia rapidamente pagina allo Sferisterio. Preceduta da qualche polemica e da critiche più o meno calzanti sulla scelta di un’ambientazione sessantottina, ha debuttato ieri sera La Bohème in technicolor di Leo Muscato. E se l’obiettivo doveva essere quello di divertire il pubblico, è stato centrato in pieno. In effetti il pubblico, che ha sempre ragione, ha dimostrato di apprezzare la messa in scena allegra, colorata e molto ruffiana di questa Bohème in cui il gioco, la goliardia, la spensieratezza strizzano l’occhio allo spettatore e lo coinvolgono inevitabilmente nella sarabanda rutilante cui danno vita senza risparmiarsi cantanti, coro, mimi e figuranti.

Il rischio è che alla fine la storia d’amore di Mimì e Rodolfo venga lasciata quasi in secondo piano, che la comicità prevalga sulla drammaticità della vicenda e persino a volte sulla musica, tanto si è “distratti” da tutto ciò che avviene sul palco. Il regista ha trasformato il primo atto in un grande musical pop-lirico carico di umorismo, ricco di gag e buffi siparietti, esperimento riuscito anche grazie alla bravura attoriale di tutti i protagonisti,  giovani, disponibili e dotati del necessario physique du rôle (ci fossero state nel cast sessantenni signore della lirica o interpreti di stazza pavarottiana sarebbe stato sinceramente arduo e poco credibile). Perciò è probabile che questa trasposizione temporale alla fine degli anni Sessanta non susciterà le polemiche annunciate, perché più che una rilettura in chiave socio-politica di un periodo storico turbolento appare un escamotage funzionale all’effetto scenografico. Una protesta generazionale all’acqua di rose, quelle di Mimì, che da ricamatrice di fiori diventa figlia dei fiori. Il Sessantotto è più una nota di colore e di costume che rimane sullo sfondo, in realtà non incide così in profondità sull’interpretazione e non stravolge il senso della storia, che potrebbe essere ambientata anche un decennio prima o un decennio dopo.

Non possono non far sorridere i coristi-cubisti che si esibiscono in uno scoordinato ballo di gruppo da Momus durante i festeggiamenti natalizi. O il padrone di casa Benoît vestito alla Antonello Venditti prima maniera, o i quattro boys di periferia con canotta e cappellino da babbo natale zebrati che accompagnano con movimenti caricaturali il canto di Musetta, o infine il vecchio Alcindoro fasciato in un completo rigato di velluto e caschetto platinato alla Andy Warhol. Per il resto è tutto “un andare e venire” (ma non quello tragico del finale…) di camerieri e cameriere iperattivi, di bambini festanti, di drink, luci e palloncini. Le contestazioni studentesche e le rivoluzioni giovanili, l’amore libero, i fermenti e le ribellioni sono rese con zeppe, pantaloni a zampa d’elefante e chiome ricciolute alla Cugini di Campagna.

Rodolfo, Marcello, Schaunard e Colline sono quattro amici buontemponi che abitano una soffitta coloratissima e disordinata facendosi scherzi e dispetti, nel primo ma anche nell’ultimo atto, anche nel momento del distacco dalle donne amate e nell’imminenza della tragedia, quando la soffitta è vuota ormai d’amore e di vita.

Nel secondo atto, le novità sono la barriera d’Enfer traformata nella Fonderie d’Enfer con la lunga cancellata presidiata da picchetti di scioperanti, e una macchina al posto del Cabaret dove trovano rifugio Rodolfo e Marcello. Il grigio ruba il posto alla tavolozza policroma, ma le implicazioni di lotta proprie di quegli anni restano in superficie: i cartelli di protesta contro l’inquinamento, le pietre tirate rimaste a terra, i manifestanti che si intravedono sullo sfondo e i poliziotti in tenuta antisommossa sono più che altro elementi di contorno che nulla aggiungono o tolgono al senso della vicenda. Di edizioni originali, azzardate, controverse è pieno il mondo della lirica, dunque non sconvolge di certo la presenza in scena della 2 cavalli furgonata azzurra, ma resta comunque un po’ innaturale vedere entrare e uscire i protagonisti dal retro della vettura. Come non meraviglia, in quell’epoca, che le contadine possano portare “burro e cacio, polli ed uova” in bicicletta, ma fa un po’ strano vederle arrivare su quattro bici nuove fiammanti del 2012 appena uscite dal negozio! Insomma, più che vere e proprie forzature, a volte stonano alcuni piccoli dettagli.

Ma il coup de théâtre che più allibisce è riservato all’ultima scena. Mimì irrompe nella soffitta di Rodolfo su un letto d’ospedale spinto da ben cinque tra medici, inservienti, infermiere e pure una suorina, vestiti con impeccabili camici immacolati, con tanto di comodino, sedia accanto al letto e attrezzatura per somministrare l’ossigeno al seguito. Una perfetta scena da E.R. Non è per il letto d’ospedale in sé, ma il libretto parla chiaro: Mimì, annunciata da Musetta, arriva trafelata in fin di vita dal suo amato (Voglio morir con lui! Forse m’aspetta…O mio Rodolfo! Mi vuoi qui con te?). Mimì è povera, ha freddo nella soffitta e chiede un manicotto, perciò la visione della sua degenza in una clinica assistita da personale specializzato anziché da amici spiantati in casa (Che ci avete in casa? Nulla!) stride molto con le parole. E così come entra in scena se ne va, trascinata via dopo la sua morte in fretta e furia sul letto a rotelle da medico e infermieri che non permettono a Rodolfo neanche di avvicinarsi a lei. Un finale con sorpresa che qualcuno tra il pubblico, come c’era da aspettarsi, proprio non ha gradito o almeno non ha capito, mentre c’è chi l’ha considerato un colpo di genio.

 

Molto buona nel complesso la prova dei cantanti, tutti all’altezza dei rispettivi ruoli, e molto più carichi e convincenti della generale di mercoledì scorso. Francesco Meli ha una voce bellissima e sebbene quello di Rodolfo non sia forse il ruolo perfetto per la sua vocalità, ieri sera il tenore in gran forma ha deliziato il pubblico con una prova generosa, cantando con gusto e in maniera impeccabile nell’intenzione e nell’interpretazione. Buona anche la prova di Carmen Giannattasio, che ha saputo rendere una Mimì sbarazzina e al contempo intensa, vocalmente impeccabile pur senza quel pathos esasperato che spesso caratterizza il personaggio. Completano la compagnia la pimpante Musetta di Serena Gamberoni, il Marcello del baritono Damiano Salerno, lo Schaunard di Andrea Porta, musicista con anfibi e pantaloni di pelle, e il filosofo Colline con vecchia zimarra a scacchi del basso marchigiano Andrea Concetti, classe 1965, che qui dimostra vent’anni di meno: applausi scroscianti per tutti, compresa l’orchestra diretta magistralmente dalla bacchetta di Paolo Arrivabeni.

Si replica con La Bohème il 27 luglio, il 5 e il 10 agosto, mentre stasera, pioggia permettendo, è la volta della Carmen firmata da Serena Sinigaglia.

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La recensione de La Traviata (leggi l’articolo)

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