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Pensieri sul Sessantotto:
furono formidabili quegli anni?

lunedì 26 gennaio 2009 - Ore 22:37 - caricamento letture
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capanna

di Maurizio Verdenelli

E’ l’annuncio che resiste da più tempo sui muri del capoluogo: 20 anni e due mesi ad oggi! La data è del 21 novembre 1988. Il soggetto comunicatore: D.P. (Democrazia proletaria ndr). Il logo: falce e martello. Lo script: Mario Capanna a Macerata. Il luogo: cine-teatro Excelsior. L’unico dettaglio che il tempo ha “grattato via” è l’ora del convegno. Forse le 21. Certo è che dopo, a cena, eravamo in tanti quella sera con l’allora deputato al circolo del “Giardinetto” – che il marchese Costa aveva destinato in epoca storica ai reduci delle patrie battaglie (attento proto: non ‘bottiglie’) garibaldine. Ricordo anche il tema: la presentazione del libro “Formidabili quegli anni”. Autore lo stesso Capanna a vent’anni da quel ‘68 di cui era stato protagonista. Mentre io dopo l’occupazione del ‘mio’ liceo a Perugia, lasciate le ‘barricate’ e pieno di belle speranze borghesi dirigevo la redazione de “La Nazione” a Città di Castello che il parlamentare Dp aveva lasciato per andare a studiare a Milano (Università Cattolica) e nella stessa città umbra doveva ancora cresceva in sapienza e –soprattutto- bellezza Monica Bellucci.
Quell’annuncio “fatto in casa” vergato con pennarello nero su uno spazio allo scopo imbiancato, degli screpolati muri di via Costa, è dunque l’affissione maceratese di maggior durata. Pensare che non deve essere costata una lira! Il naturale “nascondimento” nella ragnatela delle viuzze del centro storico, l’hanno tramandata ai maceratesi di oggi che del ’68 non hanno forse un’idea precisa. Di quegli anni ‘formidabili’ ha intanto parlato, qualche giorno fa, il ministro Tremonti come della “Stagione del nulla”. A questa accusa Capanna ha risposto anche in un’intervista di Dino Jajani sull’ultimo numero de “L’Appennino camerte”: “Un sondaggio ha documentato come il 65% dei francesi vorrebbe rifare il ’68, mentre in Italia la più grande riforma sociale degli ultimi decenni è lo Statuto dei Lavoratori che viene proprio da lì (pure dal recanatese Giacomo Brodolini, ministro del Lavoro, ndr). Basterebbe questo per dire della vitalità di quel periodo e capire che ne stiamo ancora godendo le conquiste”.

Davvero ‘formidabili’ quegli anni? Sì per Renato Pasqualetti consulente del Presidente della Provincia ed autore de “Il mondo sottosopra –idee sogni e protagonisti del 68 tra Macerata e le Marche” e il prefatore Giancarlo Liuti. Che scrive: “Pochi anni, una decina. Pochi protagonisti, qualche centinaio. Ma anni pieni di scoperte culturali, progetti, sogni, fiducia in mutamenti radicali del mondo”. Ed ancora: “E’ stata questa la presenza del ’68 in una città e in una provincia come quelle di Macerata, segnate da un conformismo di tradizione secolare e non attraversate da aspre tensioni sociali. Utopie? Sì, ma non tutte e non sempre. E la combattiva costanza di quei giovani, che per la prima volta scesero in campo come soggetto collettivo di antagonismo, ha lasciato un segno evolutivo anche qui, nei costumi, nelle famiglie, nella scuola, nella politica”.

Forse non è stato proprio così -una volta Pasqualetti confessò che la placentare provincia maceratese aveva finito col “digerire” anche lui – ma lasciamo il beneficio del dubbio in relazione ad anni trascorsi attraversati pure dall’elezione a senatore di Macerata, di Luigi Manconi sessantottino di spicco. Sono invece piuttosto certo nel ritenere che quel retaggio libertatario nel nostro territorio si sia perduto del tutto, in epoca contemporanea.

Guido Garufi zittito in assemblea “perché fascista!” dallo stesso Pasqualetti (nel libro a pg.233), ricorda così quegli anni smentendo preventivamente d’essere stato mai ‘fascista’:  “Una mattina eravamo in aula, lezione di Storia della Filosofia, quando sentiamo salire lungo le scale Renato che a capo di un gruppo andava proclamando l’occupazione dell’Università. Mentre la voce di Pasqualetti s’avvicinava, aspettavamo la reazione del docente (anticomunista!). Il quale chiudendo il testo, ci lasciò liberi non prima però d’aver definito con gelido distacco filosofia seconda la vociante realtà che si sarebbe materializzata alla porta”. Filosofia non rivolta al “soprasensibile” ma al sensibile; non tesa dunque al sapere e alla conoscenza!

Perugia era invece una realtà più complessa: l’Ateneo era molto più grande di quello di Macerata e forte era la presenza del Fuan, ragazzi spesso del Sud molto determinati così com’erano quelli del Movimento studentesco. Alcuni di quest’ultimi erano andati a Parigi alla corte di Dutschke, Rudi il Rosso mentre il tifernate Mario Capanna era a Milano uno dei leader nazionali del Movimento.
A guidare lucrezianamente l’opposta fazione a Perugia c’era tuttavia un giovane maceratese, studente alla facoltà di Medicina. La sua fama era terrifica, pochi avversari potevano vantarsi d’averlo visto. Sì, perché Giulio Conti era assai prudente, per evidenti questioni di sicurezza. Di lui girava un’unica immagine, di profilo. Gli era stata scattata a sorpresa mentre consumava uno spuntino, seduto su un alto sgabello allo storico Caffè Sandri dove qualche anno prima Alberto Sordi aveva dato inizio al suo film da regista: “Fumo di Londra”. Conti, la fidanzata, la ‘pasionaria’ Maria Crescenzi e il combattivo avv. Marzio Modena (eletto consigliere regionale nel 1970 alle richieste dell’Aula di sciogliere il Msi rispondeva che sarebbe stato lui a sciogliere tutti gli altri partiti!) erano i punti di riferimento della Destra.

Nell’80, quando venni a lavorare a Macerata faticai a rendermi conto che il temuto capo della Destra perugina era diventato lo stimatissimo dottor Conti, il popolare ed amato Giulio, l’abile politico, consigliere comunale di grande affidabilità democratica (l’antico fuoco appariva solo per necessità oratorie in Consiglio). Nel nome dei nostri anni verdi pur su barricate diverse, a Macerata facemmo presto a diventare amici con Giulio e la fidanzata, poi sposata (“Te lo ricordi, Maria, quel cronista di sinistra che ci scriveva contro sul Mao-Messaggero? Eccolo! Che bello rivederlo…!”). “Sì, ricordo tutti i nomi degli amici di papà a Perugia” mi ha detto l’altro giorno Fabio Massimo Conti, al bancone del bar “da Pierino” – da lì è nata, confesso, l’idea di questo articolo. “Li ho conosciuti tutti pian piano ma solo da poco il più duro di tutti: Ezio Romano che a Catanzaro è ora un tranquillo uomo d’affari, proprietario di autolinee”. Anni duri, per qualcuno anche durissimi. Se dopo il ‘68 i ragazzi del Sud tornarono a casa, per alcuni perugini fu quasi giocoforza andarsene. Così nel corso degli anni mi sono trovato con questi ‘esuli’, tutti di destra, finiti nelle Marche. A Jesi con Bobo -si firmava con due bombe da ananas come ideogramma- stroncato da un infarto mentre in auto una sera tornava a casa in compagnia di un amico di gioventù. Ed altri ancora. Di recente ad Ascoli Piceno ho rivisto Stefano Bartocci che non ha esitato a riabbracciarmi nonostante egli conservi una sua personale rassegna stampa contenente anche miei articoli da cronista in perfetta adesione alla linea, allora, de Il Messaggero: “Laico, democratico, antifascista”.
Insomma il 68 ci aveva affratellato, mentre le fazioni erano dilavate via dal ricordo di quegli anni formidabili quando “la meglio gioventù” si affrontava incurante di manganellate e delle nubi di lacrimogeni: memorabili gli scontri dopo un comizio di Almirante e davanti al cinema Lilli poco dopo la conclusione della proiezione del film “I berretti verdi” con il picchetto della sinistra forzato da un gruppetto di destra alla guida di Luciano Laffranco, padre dell’attuale deputato.

Sono stati dunque anni formidabili? Errori, esagerazioni, confusioni senz’altro: lo ammette lo stesso Capanna. Il ‘68 fu in ogni caso un grande laboratorio dove si sperimentò in libertà e in democrazia: apparve anche possibile battere le eterne lobbies di potere. Una grande nostalgia non può dunque non emergere rispetto alla calma piatta dove il precariato sta annientando le speranze della “meglio gioventù”.

P.S. Nel ’68 facevo il 3. liceo classico. Presi parte all’occupazione dell’Istituto, essendo parte del direttivo del Movimento studentesco. Bastò un paio d’assemblee per capire che pure i miei più fraterni amici erano stati avvicinati da qualche partito e che cominciavano a peccare d’autonomia. Ero il direttore de “Lo Zibaldone” (giornale scolastico finanziato dalla famiglia Spagnoli) e lanciai qualche “avvertimento ai lettori”. I miei ‘fraterni’ –tuttora, il tempo lenisce…- mi accusarono di “deviazioni socialdemocratiche” e nel corso di una riunione di redazione proclamarono la mia decadenza. Con voto unanime di sfiducia, ad eccezione della redattrice Silvia Ferretti -attuale docente, sia detto per inciso, alla facoltà di Scienze delle Comunicazioni a Macerata. Come alcuni protagonisti del 68 marchigiano anche gli altri redattori de “Lo Zibaldone” sono diventati, nel tempo, apprezzati personaggi pubblici e consiglieri del “Principe”: e, grazie a Dio, lo sono tuttora.

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